sayatnova

È stato William Morris a dire che sarà la bellezza a salvarci. Chi volesse incominciare a salvarsi attraverso la bellezza può guardare Sayat Nova-Il colore del melograno, girato nel 1968 da Sergej Paradžanov. Dire guardare è impreciso e riduttivo, ma per Sayat Nova ogni termine è impreciso e riduttivo. Ne parliamo come di un film ma in realtà è puramente incidentale che quest’opera usi come supporto la pellicola. Ne parliamo come di un’opera cinematografica quando in realtà si tratta di una sacra rappresentazione, di un poema visivo, di una finestra spalancata sull’abisso dell’immaginazione: l’immaginazione che ci connette ai livelli più alti e sconosciuti della coscienza e della conoscenza.

Alla lettera, Sayat Nova è solo la biografia del poeta armeno Harutyun Sayatyan, soprannominato Sayat Nova, cioè Maestro del canto, vissuto a Tbilisi alla corte del re Eraclio II di Georgia alla metà del XVIII secolo. In realtà il film è un trattato sull’arte poetica in forma di immagini, un romanzo esoterico e un’imperscrutabile opera alchemica in cui la mutazione non vira dal nero al rosso, come insegnano gli alchimisti medievali, ma dal rosso al nero, come insegnano l’esistenza e la vita.

Il trattato si sviluppa in otto capitoli: Il poeta da bambino, Il poeta da ragazzo, Il poeta alla corte, Il poeta nel monastero, Il sogno del poeta, L’incontro con l’angelo della morte, Il poeta lascia il monastero e Il poeta può anche morire ma non la sua musa. Sono otto stazioni di una via crucis profana, otto tappe di un percorso iniziatico che si definisce nella circolarità, otto momenti di un avvicinamento all’ideale che si tratteggia nell’imperfezione, nell’incertezza e nella provvisorietà.

Nella scrittura del suo poema visivo, Paradžanov sceglie l’inquadratura a macchina fissa. Le scene sono quadri viventi. Le sequenze sono lunghe iconostasi. In oltre settanta minuti di immagini c’è un solo movimento di macchina, nel sottofinale, quello in cui si vede un angelo scolpito in altorilievo sulla parete esterna di una chiesa cadere verticalmente verso il basso. Di questa “fissità”, però, non ci si accorge, perché i cambi di inquadratura, di piano e angolazione sono così precisi e puntuali che tutto appare – ed è – in continuo movimento: melograni che sanguinano, libri che piangono, codici miniati squadernati al sole come se dovessero donare la sapienza che contengono a tutto l’universo. I gesti si condensano nel rosso, nell’azzurro, nel bianco assoluto rubato alle icone di Andrej Rublëv. Pochi versi ripetuti come litanie e la musica ipnotica di strumenti perduti o dimenticati accompagnano una vicenda che sembra ricalcare i sogni di uno sciamano. La fine è una spirale di passi incerti lungo una discesa, mentre due angeli abbandonano il poeta al proprio destino e portano il suo liuto verso la carezza di altre dita.

Incredibilmente, Sayat Nova non è un film introvabile. Lo potete vedere su YouTube. A volte la bellezza è più vicina di quanto si immagini.

(Stefano Bandera) © riproduzione riservata

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