Racconti

Se almeno non ci fosse questa luce

luce

«Se almeno non ci fosse questa luce», disse la donna.

L’uomo la guardò, poi si rimise a leggere. «Se non ci fosse questa luce», disse un’altra volta. Il gatto uscì dalla cucina e andò a sdraiarsi ai piedi del divano. Lei non lo vide. L’uomo gli lanciò il biscotto che stava mangiando. Il biscotto cadde a terra e si ruppe, sbriciolandosi. Il gatto lo guardò farsi a pezzi, immobile al suo posto. Sui vetri appannati scendeva ogni tanto una goccia. Aveva nevicato per tutta la mattina e tra poco avrebbe ripreso di nuovo. Un sole incerto si rifletteva sul prato innevato, trasformando le finestre in due vuoti grigi e opachi. Dietro la casa si sentiva il rumore del generatore elettrico.

Lei mise le mani sugli occhi e si chinò in avanti, toccando le ginocchia con la fronte. «Ricordi quella volta che siamo andati a piedi fino alla sorgente?», chiese lui. Lei si rimise diritta, i dorsi delle mani ancora sulle gambe, e lo guardò. Lo guardò incerta, come se lo vedesse per la prima volta. La mano destra scivolò giù dalle ginocchia, andando a urtare la ruota nera e liscia della sedia a rotelle. La mano sinistra stese le pieghe della gonna e tornò in su, toccando a uno a uno i bottoni del maglione. Era un maglione bianco, pesante, con dei grossi bottoni di osso, che lui le aveva regalato l’anno prima. Slacciò i bottoni con una mano sola e aprì il maglione, con l’idea di mostrargli il petto secco e asciutto sotto la camicetta di cotone blu. Poi aprì la bocca, per dire qualche cosa, ma la richiuse con un piccolo singhiozzo. «Anche quel giorno aveva nevicato e tu continuavi a scivolare. Avevi le scarpe sbagliate. Ad ogni scivolata ti mettevi a ridere, come una bambina. Poi arrivò quell’uomo con la slitta e ti riportò fino a casa mentre io vi seguivo da lontano e il cielo diventava giallognolo. »

Lei lo ascoltò senza guardarlo. Poi, come se si fosse ricordata quello che voleva dire prima, sollevò la camicia per mostrargli i capezzoli. Lui si alzò e lasciò cadere il libro. Si avvicinò alla donna e chiuse i lembi del maglione. Lei volle abbracciarlo, ma lui si ritrasse, si mise dietro la sedia a rotelle e cominciò a spingerla verso la camera da letto.

«Non volevo», disse lei.

«Non fa nulla.»

«Non volevo.»

«Ti ho detto che non fa nulla», disse ancora lui, con un tono che sembrava privo di emozione. «Sei solo stanca.»

Quando furono in camera, la prese in braccio e la adagiò sul letto. La coprì con un plaid e le sistemò il cuscino sotto il capo. Lei stese le braccia lungo il corpo, sopra la coperta. Lo guardò mentre spostava la sedia a rotelle vicino all’armadio e si avviava alla porta per uscire. «Perché non guardi più il mio petto?», gli chiese sottovoce. Lui non capì, o fece finta di non aver capito. Non le chiese che cosa avesse detto, ma tornò indietro di un paio di passi. «Guarda il mio petto. Ma non con questa luce. Devi guardarlo al buio» disse lei. Fuori, lo sgocciolio della neve dalle piante velava i rumori dell’aria. «Preparo del tè», disse lui. Uscì dalla stanza e lei rimase sola. Alzò la testa. Nello specchio di fronte vide riflessa una parte del letto. Era quella dove lei non c’era. La luce alla finestra divenne più pallida. Poi svanì del tutto. Il sole al tramonto fece brillare un triangolo di luce sul soffitto e poi scomparve dietro un angolo di casa. Lei guardò in alto e cercò di ricordare la sorgente, la neve e l’uomo con la slitta. Ma non vedeva nulla. Nella sua testa vedeva solo un petto secco e asciutto. Un petto che nessun uomo avrebbe più guardato.

(Stefano Bandera) © riproduzione riservata

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