lettera

In qualche luogo, nel corso di una stagione, una donna, una finestra, alba.

Mio caro amico,

mi dispiace molto per tua madre, mi ha sorpresa il modo in cui me ne hai parlato: un’evenienza naturale, che non nasconde il dolore e l’amore profondi,  ma non veste chi ne parla di egocentrismo.

Mentre ti sentivo parlare al tavolo del bar dietro casa – muovevi le labbra piano e ravviavi i capelli che mostrano qualche filo grigio – ho pensato che volevo dirti grazie. Ma non era il momento, il tempo, e l’ho ricacciato dietro i denti, rimodellato con la lingua e ingoiato.

Il tuo silenzio, appena rotto dalla voce incerta, ha richiamato i silenzi di alcune esistenze, come la mia. Non assoluti, né costanti, ma cercati e sentiti come carne viva.

Silenzio e spazio. Un’unica dimensione che disegna percorsi interiori, costruiti da ricordi e desideri tra cui il tempo si aggira confuso. E bisogno di ripercorrerli da soli e senza suoni, per toccare – senza il brusio quotidiano – le parti essenziali di sé quando la vita diventa convulsa.

Ci si allontana dal mondo. Non importa se continui a svolgere le attività di ogni giorno, l’anima si rintana da qualche parte per riposare. Pochi lo sanno,  pochissimi – quasi nessuno – dall’esterno se ne accorge.
Silenzio che equivale a mettere spazio; lo spazio – il più ampio possibile – diventa una forma di silenzio. Finché entrambi si sgretolano in maniera naturale, dopo minuti, ore o tempi più lunghi, lasciando a volte sul cammino uno strato di te, come una lucertola: l’inutile e superfluo di come non sarai più.

Ci sono rare persone che sembrano intuire in maniera naturale la grammatica dello spazio e del silenzio di un altro, tra le pieghe di un discorso che, parole o no, presenza  e assenza, non si interrompe mai.
Questo avrei voluto dirti mentre ravviavi i capelli e guardavi un angolo in basso del bancone, cercando i tuoi spazi e silenzi.

Perché silenzio e spazio hanno bisogno di un confine e se quello interno non c’è, quello esterno di chi tiene a te, è vitale.

Questo volevo dirti, ma come sai, parlo poco. 
Ora vado. Non so che altro scrivere. Ti cerco.

La donna chiude il grosso quaderno con la copertina nera, pagine bianche senza righi e margini. Lo gira sul retro e poi sul davanti, lo sistema in modo che sia dritto sul tavolo. Tiene le mani ancora un attimo sulla copertina, a palmi in su, in posizione di preghiera. Alza lo sguardo e osserva il palazzo di fronte. Una coppia anziana, in vestaglia, fa colazione.  Sono silenziosi, ognuno con il capo chino sulla tazza, come un quadro. La donna davanti alla finestra distoglie lo sguardo, si sente indiscreta. Poi rilegge il titolo sul quaderno, scritto con il bianchetto. “Lettere”.Sfoglia le pagine. Ricorda ogni parola, più o meno fino a metà del quaderno. Il resto ancora da riempire.

L’importante di alcune lettere è che vengano scritte. Che vengano ricevute, è un particolare minore.

È una questione di silenzio. E spazio.

Illustrazione: fanciulla che legge, Franz Eybl, 1850

(pg) © riproduzione riservata

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