Racconti

Le (male)lingue corrono più delle gambe

fonzi

Si chiamava Alfonso, ma tutti lo chiamavano Fonzi perché fin da piccolo si era inchiattito a furia di mangiare patatine con quel nome.

Da quando aveva dieci anni, suo papà, Pepp ‘o Serpent, noto camorrista, lo portava in campagna per impararlo a sparare, che «bisogna saper combattere a tutti ll’uommen ‘e merda che intralciano i traffici della famiglia nostra». Ma invece a lui, che di indole era pacioccone, gli piaceva stare a casa a fare il caraoche con le canzoni di Gigi D’Alessio o a guardare con mammà Il segreto e Forum, mentre che le sfogliatelle sparivano una dietro l’altra dal cabarè, «che quando ci emozioniamo, a Alfonzino e a me ci prende l’affamamento compulsivo».

Fonzi che, sia per il fisico che per il carattere, in un’altra vita l’avrebbero schifato tutti quanti, siccome era il figlio di un boss veniva servito e riverito dal rione intero e, pure che non era propriamente quello che si dice un adone, anche le femmine facevano a gara per ingraziarsi quel giovane delinquente. Anche se a lui femmine e camorra ci facevano schifo, che il sogno suo era aprire un negozietto di scarpe da donna dalle parti di Via Duomo, trovarsi un appartamentino e travestirsi tutti i giorni come una femmina: che quella era la contentezza sua.

Invece doveva sta’ accort’  e ubbidire a tutte le cazzate sull’onore e fingere di essere quello che non era; che lo sapeva bene che fine aveva fatto l’amico suo Calogero, detto Carolì, che dell’onore non si era fottuto niente e, siccome ci piaceva ‘o cazz e si faceva scopare da tutti i maschi che incontrava, papà suo l’aveva fatto ammazzare a pistolettate; che la morte si può piangere, mentre la vergogna ti accompagna a ogni passo.

Al compimento dei diciassette anni, che se sei figlio di camorrista devi sempre ubbidire in tutto e per tutto, ci presentano una chiattona, tale Carmelina a Francesa, e ci dicono che quella è la sua promessa sposa e bisogna preparare un matrimonio da fare invidia a tutta Napoli.

Figurarsi a Fonzi: decise di mandare tutti a cacare e scappare in Germania per diventare Samanta! Ma il piano di fuga andava messo in pratica al più presto, in quattro e quattrotto, e chi s’è visto s’è visto. In poco tempo, che si era già messo da parte un bel gruzzoletto coi contanti che arrubava in casa, aveva preparato tutto quanto.

Il giorno prima di partire gli venne voglia di fare la nottata d’addio, che il maschio partenopeo gli piaceva assai, e fece la mossa sbagliata: si comprò mutande e reggipetto di pizzo rosso in un bellissimo negozio del centro, attraversò la città verso il lungomare e, una volta sceso il buio, si arrampicò su un paio di tacchi a spillo e iniziò a regalarsi a tutti quelli che si fermavano.

Dei conoscenti, che lo avevano visto uscire dal negozio e lo avevano seguito, avevano subito telefonato a papà Giuseppe – che le lingue corrono più delle gambe – e Fonzi non poteva credere ai suoi occhi quando, nel bel mezzo della festa – che se è a gratìs nessuno dice no e lui si sentiva addesiderata come Valeria Marini – si trovò davanti papà e i quattro fratelli suoi, che prima lo tramortirono a mazzate, poi lo finirono con una schioppettata tra le palle, e infine fecero sparire il corpo della vergogna.

Da quella sera di Alfonso detto Fonzi rimase solo il ricordo: quello di un giovane gentile e col faccione sorridente, che aveva sempre una parola di saluto per tutti.

(Stefano Simonini) © riproduzione riservata

 

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