Storie e persone

L’orgoglio gay

gay

Cari eterosessuali,

da qualche settimana, in tutto il Paese, sfilano le manifestazioni del gay pride e, come tutti gli anni, molti di voi si agitano, si scandalizzano, sentinellano in piedi e invocano la giustizia divina; ci impartite lezioni di bon ton e di gusto chiedendo che la si smetta, una volta per tutte, di dare vita a queste carnevalate, sottolineando che se le cose si facessero con discrezione, tra le mura di casa, a nessuno interesserebbe con chi si va a letto.

Invece noi non vogliamo nasconderci e continuiamo a scendere per strada a dimostrare, per conquistarci il diritto di essere come voi, per vivere ogni giorno le stesse, quotidiane, banalità: camminare mano nella mano con il nostro partner, senza che qualche macho troglodita si senta in diritto di massacrarci di botte; essere riconosciuti come coppie a tutti gli effetti, godendo dei vostri stessi diritti, dato che adempiamo agli stessi doveri; adottare dei figli di cui poterci prendere cura, perché nonostante il vostro continuo rivendicare la famiglia tradizionale, ci sembra che le cose, anche per voi, non vadano bene come volete farci credere. Alle prese con corna, divorzi e litigi che sfociano in quotidiani femminicidi, ci risulta difficile pensare che i nostri figli potrebbero crescere  peggio dei vostri, solo perché allevati e amati da coppie dello stesso sesso.

Vorremmo curare le persone con cui condividiamo le nostre vite, senza che nessun medico obiettore di coscienza ce lo possa impedire, decidendo per noi, in disprezzo delle nostre storie.

Soprattutto, vorremmo che nessun adolescente si debba più suicidare perché il suo quotidiano è diventato un inferno, a causa della continua violenza, verbale e fisica, di chi gli sta intorno. Non vorremmo mai più sentire un padre o una madre sostenere che sarebbe meglio avere un figlio drogato piuttosto che omosessuale.

Ecco, per tutte queste banalità siamo costretti, ancora una volta, a metterci i tacchi e a dipingerci la faccia, a vestirci da cowboy e da principesse, da ballerine e da camionisti; a prenderci per mano e cantare insieme le canzoni di Raffaella Carrà, perché è bello far l’amore da Trieste in giù; a ricordare tutti quelli che non ci sono più; a sfilare per le strade del mondo perché il mondo ci veda, e ci guardi bene, nell’attesa che un giorno non ci sia più un altro di noi umiliato, imprigionato, torturato e ucciso, per una semplice, umana diversità. 

(Stefano Simonini) © riproduzione riservata

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