Racconti

Mi racconterai?

ricordi

Una donna, un uomo, un tavolino di un bar all’aperto, primavera che cambia in estate

Non ci vediamo da dieci anni. Sono sorpresa dal volto. Non è come lo ricordavo, sembra che fili invisibili ne sollevino diversamente i muscoli, sottolineando in modo differente i lineamenti. Lentamente, si racconta.

Un giorno, scivola per le scale. Ha i sacchetti in mano, ha fatto una ricca spesa, ha voglia di cose buone, è stata una buona giornata. Fuori piove, i gradini sono umidi, scivola, sbatte una tempia al corrimano, si rialza, pensa che per fortuna la bottiglia di vino non si è rotta. Si massaggia la testa, entra in casa, cucina, cena, si infila nel letto, entra in coma.
Viene a sapere del coma dal fratello, al risveglio in ospedale. Gli hanno sistemato il cranio con dei ganci di materiale biocompatibile: ha della plastica in testa.
Una rientranza delle ossa, come una gravina carsica, sistemata,  o quasi; dopo, i ricordi sembrano sfuggire come acqua da un colabrodo; riconoscere le persone, lontane come eco, non tutte, è difficile. Frammenti di sogni che non sa se ha mai fatto, di cui non riesce a richiamare volontariamente una sola immagine. Si presentano, a volte, senza ragione apparente.

Cieco, vedendo; non riconosce i contorni di chi ha di fronte; nella memoria le emozioni sono vive – tutte – ma restano appese, ammassate, non si agganciano a niente.
«Nessun pensiero» mi dice scrutandomi «o una canzone, un luogo, una lite furibonda, un abbraccio, cento abbracci che non si dimenticano».
Fluttuo nella sua testa.
Lo guardo e capisco lo sguardo assente, l’espressione vaga, gli occhi bassi, come di chi ha qualcosa da farsi perdonare.
Forse, non sa chi sono. Mi sta riconoscendo e conoscendo per la prima volta.
Una caduta ha cancellato una parte del mondo, restituendolo in modo pasticciato e incomprensibile.
Io, ricordo. Ci siamo toccati con forza e siamo schizzati altrove.
Mi sono chiesta se è stato giusto dieci anni fa, e ancora dopo dieci anni mi pongo la stessa domanda, ma questo non glielo racconto, fa parte dei miei ricordi. Prendiamo un altro caffè.

Il sole del pomeriggio ferisce appena lo sguardo, attraverso le foglie verdissime dei platani. Un vento leggero fa volare un fazzolettino di carta ai suoi piedi. Si china, lo raccoglie, si raddrizza, sposta una ciocca di capelli che è ricaduta sugli occhi.

«Ci rivedremo?» chiede
«Ci rivedremo» rispondo
«Mi ha fatto piacere vederti»
«Mi ha fatto piacere»
«Mi racconterai?»
«Non so rispondere»
«Non sai rispondere».

Resta seduto al tavolo. Sento lo sguardo che mi segue, mentre mi allontano. Mi chiedo cosa raccontino i ricordi spezzati.

Ricordando G.P., ovunque egli sia.

(Paola Giannelli) © riproduzione riservata

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