Racconti

A lume di candela

lume

Per l’estate, la prima che avremmo trascorso insieme, non riuscivamo a deciderci sul da fare. Una mattina di giugno ci venne in aiuto una mia collega; aveva la scrivania di spalle alla mia, era intraprendente, simpatica e siciliana. Al termine di una telefonata più indecisa delle altre mi suggerì, voltandosi: «Perché non trascorrete un paio di settimane dalle mie parti? Vi metto in contatto con un amico che conosce angoli bellissimi, stradine nascoste e ogni pietra da affittare. E’ davvero bravo».

Cefalù divenne così la meta della nostra prima vacanza. Quelle due settimane passarono un po’ conoscendoci, un po’ esplorando i luoghi, camminando, alzando il naso verso il Cristo Pantocratore in Cattedrale, cercando il lavatoio medievale, perdendoci nello sguardo dell’Ignoto marinaio, assaggiando. Era un intreccio di vie, sentimenti e speranze che ora non riuscirei a sciogliere o spiegare.

La casa era in una strada stretta che scendeva verso il mare. Vi si accedeva attraverso un portoncino in legno scuro. Dopo una rampa di scale dai gradini minuscoli, si arrivava a un pianerottolo con una sola porta. Oltre, una stanza non molto grande, ammobiliata come le case estive, ma con una grazia che faceva intuire un occhio attento a non far mancare nulla e disporre ogni cosa con gusto. Ed effettivamente non mancava niente, dagli utensili da cucina meno usati, fino a una piantina di basilico con grandi foglie verdi, sul davanzale del cucinotto. C’era profumo di buono e pulito.

Anche il balcone era piccolo. Ospitava un tavolino tondo da giardino attorno a cui si riuscivano a sistemare due sedie. Era il luogo delle nostre cene, quando decidevamo di andare a zonzo per alimentari e comprare qualcosa di buono o, stanchi dal mare, cenavamo in casa.

Il balcone era separato da quello di fronte da un spazio esiguo, si sarebbe potuto raggiungere con un salto. Intorno alle dieci di sera si affacciava un signore sui settant’anni, capelli completamente bianchi ma ancora folti, canottiera e pantaloni un po’ larghi tenuti stretti in vita da una cintura di cuoio. Si accomodava con lentezza in mezzo al balcone, su una sedia che durante il resto della giornata restava vuota. Appoggiava le due mani sulla parte curva del bastone, puntato tra le gambe appena divaricate, e guardava la strada dritto e silenzioso, come per discrezione, come non notasse che stavamo cenando a lume di candela.

Dopo qualche sera venne spontaneo salutarlo, buonasera, buonasera, buon appetito, grazie. La sua presenza ci faceva piacere, aveva un che di familiare. Azzardai un paio di sere un favorite? come diceva sempre mio nonno, ogni volta che mangiava davanti a chi non gli faceva compagnia. Dicevo favorite come fossimo nella stessa stanza, non su balconi diversi.

La sera prima della nostra partenza, lo salutammo e raccontammo, appoggiati alla ringhiera, quello che avremmo potuto dire in quelle due settimane: da dove venivamo, il posto ci era piaciuto, cosa avevamo visto e fatto; ci raccontò di figli e nipoti. Chiese anche di spedirgli una cartolina; ne riceveva altre da villeggianti, anche dal Nord Europa, disse con soddisfazione. Gli chiedemmo a chi indirizzarla: «Solo Salvo, la strada la sapete. Arriva». Sorrise, poi aggiunse «vi dico una cosa e mi scuso se parlo di faccende vostre personali» stette un attimo in silenzio, serio «continuate a cenare così, ogni tanto, con le candele. E tornate» concluse con la sua bella parlata siciliana, vagando dietro un pensiero che probabilmente non riguardava solo noi.

Non so come nascano i ricordi preziosi, quelli che porti con te a lungo, quale sia la loro formula. Può essere lo sguardo dolce di uno sconosciuto o una sconosciuta quando la testa ti scoppia, le parole calde per te da chi non te le aspetti, un grazie inatteso; un uomo che ha vissuto più anni di quelli che gli avanzano che su un balcone d’estate, anche non conoscendoti, spera per il futuro qualcosa di buono per te.

(Paola Giannelli) © riproduzione riservata

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6 thoughts on “A lume di candela

  1. Sono stata attratta da questo post così, per caso…e non ho potuto evitare di sorprendermi e quasi commuovermi nel rendermi conto che parla della mia splendida Cefalù, la città in cui sono nata e cresciuta. Ho ritrovato nel racconto quelle strade e quell’atmosfera, a me tanto familiari. Grazie per averla vissuta e amata in modo semplice, come facciamo noi che a quella rocca siamo legati a doppia mandata dalla nascita.

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