Racconti

La Marcella innamorata ossessionata

marcenini

Dal giorno in cui Nino entrò nella sua vita, la Marcella non fu più la stessa: l’amore a prima vista che la colse, la distolse da ogni altra occupazione e, a partire da quel momento, catturò ogni sua singola attenzione.

Le giornate iniziarono a essere tutte dedicate, in modo maniacale, al suo Nino. Al mattino si alzava un po’ prima, preparava la colazione e la consumavano insieme al tavolo della sala da pranzo. Prima di andare in ufficio, giocavano assieme mezz’oretta, perché poi il Nino sarebbe rimasto a casa da solo, a poltrire tutto il giorno.

Appena arrivava in ufficio, il pensiero di Nino diventava una vera e propria ossessione: chissà cosa starà facendo, Nino; chissà se ha mangiato, Nino; chissà se gli manco e quanto gli manco, a Nino. Nessuno dei colleghi pranzava più con la Marcella. perché per l’intera durata della pausa – con una voce finta, da bambina scema – parlava di Nino: come era bello Nino; come era bravo Nino; ieri sera ha fatto questo e quello; guarda  Nino mio su questa foto, dove mi guarda e mi sorride; come stiamo bene insieme io e Nino.

La sera era sempre pronta con dieci minuti di anticipo. Appena l’orologio segnava le sei, lei schizzava fuori dall’ufficio. In passato usava fare un pezzo di strada con i colleghi, parlando del più e del meno e commentando la giornata trascorsa, ma da quando c’era Nino scappava di gran carriera e se l’autobus non arrivava nel giro di pochi minuti, ritornava a casa a piedi, alternando la corsa a un passo spedito, per arrivare il prima possibile: che Nino la stava aspettando.

Correva su per le scale, fino al quarto piano, gridando il suo nome e, quando apriva la porta, Nino era lì ad aspettarla, con gli occhi pieni d’amore. Lei si liberava in fretta di borse e altri impicci, accendeva le luci della stanza e si buttava sul letto con Nino, in un gioco di rincorse e di salti, di graffi e di morsi, di baci e di abbracci, che li lasciava esausti e felici, perché Nino sfogava tutta l’energia che aveva trattenuto durante la giornata. Poi la Marcella preparava una cena veloce e sostanziosa, e ritornavano a giocare sul letto, fino a che non si addormentavano.

Un venerdì di primavera, quando già le finestre delle case erano aperte per godere di un po d’aria fresca, correndo sulle scale perché già assaporava il week-end tutto per loro, lei iniziò a chiamarlo, per annunciargli, come sempre, il suo arrivo.

Ma quando aprì la porta di casa, di Nino non c’era neanche l’ombra. Lo cercò in ogni angolo, che chissà dove si era cacciato. Voleva sempre giocare il suo Nino. Poi andò a bussare alle porte degli altri quarantanove inquilini che vivevano nel palazzo: ma nessuno aveva visto Nino. Corse disperata per le strade del quartiere, chiamandolo a gran voce. Mostrava a tutti la fotografia di Nino e sibilava un «Aiutatemi!» lacrimevole e pietoso: ma sembrava che Nino fosse sparito nel nulla.

Quando arrivò l’ambulanza – era ormai notte fonda e lei si era strappata intere ciocche di capelli senza smettere di piangere – la povera ragazza abbandonata non aveva più voce, per il tanto gridare.

Il ricovero, nella grande clinica in cui la dovettero internare, fu senza ritorno: da quel giorno la Marcella cammina disperata, avanti e indietro, giorno e notte, a cercare il gattino che un certo giorno, chissà perché e chissà percome, uscì dalla finestra e dalla sua vita, e non fece mai più ritorno.

(Stefano Simonini) © riproduzione riservata

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