Inquieto vivere

Con gli occhi sulla nuca

 

Che voglia di scriverti, bambina mia. L’ultima vera lettera l’ho scritta a tuo nonno per ricordargli che lo porterò sempre nel cuore.

In realtà ne scrivo molte, da sempre. Sono lettere solitarie, non le scrivo su carta, ma le conservo tutte nella mente. Lo faccio da quando ero bambina. Iniziai un giorno che ero furiosa nei confronti del tuo bisnonno – avevo circa dieci anni – per un rimprovero che ritenevo ingiusto. All’inizio rappresentavano parole che non avevo il coraggio di dire, poi è diventata un’abitudine, un modo per chiarire i pensieri. Scelgo mentalmente la grana della carta, il suo colore, il tipo di penna, il luogo in cui vorrei trovarmi e inizio. Immagino di scrivere, correggo, lascio riposare, riprendo. Quando credo che le parole esprimano quello che dovrebbero, non ci penso più. Nel tempo, ho maturato l’idea che tutti i pensieri che rivolgo in questo modo a qualcuno arrivino a destinazione e che non si tratti solo di un passatempo, delle fantasticherie di una signora eccentrica.

Questa che ti sto scrivendo, però, deve essere una lettera scritta su carta, letta e immersa nel suo tempo. Quello che ci vorrà a prepararla e consegnarla, quello dell’attesa nella portineria e nella buca delle lettere, dei minuti o le ore in cui riposerà sul tavolino d’ingresso del tuo appartamento, il tempo che ci vorrà a leggerla: dev’esserne colma. È una delle più personali che potrò pensare, credo.

Ieri, al telefono, mi sei sembrata preoccupata, mi hai travolta con mille parole, sbocconcellate, velocissime. Lo facevi anche da piccola. Più eri preoccupata, più parlavi in fretta, a tratti farfugliavi. Provavo a dirti di parlare con lentezza perché avevo bisogno di capire ogni parola – mi sembravano tutte bellissime, sei sempre stata molto intelligente – ma non c’era verso. Sembravi una registrazione ascoltata al doppio della velocità.

Una cosa però ho capito con chiarezza: nonostante i tuoi – per me bellissimi – anni e la vita che brulica intorno, ti senti spenta, incerta e stai cercando ragioni, lontane nel tempo per il tuo malessere.
Credimi, non è sbagliato farlo, ma ti prego di non aprire gli occhi che hai sulla nuca prima del tempo, quelli che portano a indugiare sul passato. Dai una sbirciata se vuoi, ma non soffermarti su ciò che è trascorso, più di quanto serva.

Quelli sulla nuca sono occhi stupefacenti che si aprono lentamente. A un certo punto della vita consentono di immergersi nel passato come fosse il bene più prezioso. I colori assumono sfumature inattese; la terra, l’erba, il vento portano con sé profumi che non ricordavi esistessero e un senso di benessere in cui potresti adagiarti per ore. E un mattino accade. Fissi il muro, dimenticando che oltre le finestre la vita è una fucina operosa, e ti accorgi di averlo guardato per una, due ore – non ricordi – e sei tornata nella pelle dei quindici, venti o cinque anni. Hai rivissuto un bacio, il dolore di una piccola ferita sul labbro, ti sei tuffata in un mare limpido davanti a una spiaggia deserta, hai addentato per colazione una fetta di pane appena sfornato che non cambieresti con il più elaborato dei pasti. Tutto questo restando lì, immobile, seduta di fronte alla parete.

È anche il momento in cui si inizia a invecchiare bambina mia, quando si cambia la vita che si potrebbe ancora vivere con ricordi che possono anche avvelenare: non tutto ciò che si ricorda è vero, ogni memoria contiene in sé realtà e una buona dose di immaginazione.

Questo ho da dirti bimba. Alla mia età la cosa più semplice da fare è spalancare gli occhi sulla nuca, socchiudendo gli altri, ma è come pensare che la vita sia fondamentalmente quella trascorsa e che ci sia poco altro. E se io non lo penso, non devi farlo tu. Usa gli occhi nascosti per rinfrancarti se vuoi, per ricordarti chi sei, poi procedi con le gambe solide che la natura ti ha dato.

E vieni a trovarmi quando vuoi, ti racconterò volentieri molte storie, con i miei occhi sulla nuca ne ho trovate e inventate di splendide.

(Paola Giannelli) © riproduzione riservata


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