Segni

Niente sesso, siamo Playboy

playboy

Dal mese di marzo del 2016 Playboy non pubblicherà più fotografie di ragazze nude. Come se La settimana enigmistica uscisse senza cruciverba o Famiglia cristiana senza immagini di Gesù e della Madonna. La ragione della scelta è banale: in rete si trovano così tante foto di nudo o esplicitamente pornografiche, che nemmeno nell’intera collezione di Playboy (il cui primo numero fu pubblicato nel dicembre 1953) sarebbe possibile trovarne altrettante. Intendiamoci, Playboy non è solo nudo. In sessant’anni ha pubblicato articoli e racconti di scrittori importanti, interviste – spesso illuminanti – con personaggi famosi in ogni ambito: presidenti o ex presidenti USA, sportivi, scienziati e intellettuali. Le conigliette, però, occupano sicuramente le pagine più “lette” della rivista. Prima simbolo di liberazione sessuale – e dei costumi in genere – poi stereotipo vituperato, anche a ragione, di un tipo di donna irreale e più simile a una bambola di plastica – una Barbie vivente – che a una creatura in carne ed ossa, la Playmate, con la sua elegante frigidità (credo sia difficile trovarne una eccitante) esce di scena.

Tolte le ragazze nude, il paginone centrale e l’immaginario che ruota attorno al suo nome, Playboy sarà ancora lo stesso? Poco importa. E forse la notizia serve solo a riportare attenzione su una rivista ormai fuoritempo e in costante perdita di lettori (a parte quelli di “mano sinistra” come si sarebbe detto un tempo). Mi interessa di più fare una riflessione che non credo sia stata fatta dalla dirigenza di Playboy: viviamo in una sovraesposizione di immagini, molto spesso fasulle o ritoccate. E come accade nelle fotografie, la sovraesposizione, rende irriconoscibili i dettagli. La massa di immagini/informazioni che ci investe è così grande da perdere qualunque forza di penetrazione, per il semplice motivo che vanifica e uccide l’attenzione. Dice Truffaut in Effetto notte: «Credo che la gente una volta guardava il fuoco come oggi guarda la televisione. E ho l’impressione che uno ha sempre bisogno, soprattutto dopo cena, di guardare delle immagini in movimento». Stesso effetto fanno le immagini in eccesso, affastellate una sull’altra: distraggono, inducono al sonno, sviano la concentrazione. Viviamo l’epoca della disattenzione (o dell’attenzione ai minimi termini), della mancanza di cura. Siamo così svagati, che non vediamo più nemmeno le ragazze di Playboy. Forse abbiamo bisogno di meno cose attorno, di un fuoricampo più pulito, di pagine più nitide. Bisogno di qualcosa su cui riposare lo sguardo, qualcosa di fermo. Dopo cena. Prima di cena. Per ritrovare senso. Sesso. Di notte. Nel buio. Senza bisogno di fuoco.

(Stefano Bandera) © riproduzione riservata

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