baita

La giornata era finita in una strana notte, mai vista prima, anche se avevo trascorso lunghi periodi in quella baita, soprattutto d’estate.
Da lì si vede tutta la valle e da bambina non mi stancavo di guardare. Mi sedevo sui gradini di pietra e fantasticavo. Avevo quattro, sei, undici, quattordici anni, poi niente più casa e fantasticherie. Capita che i luoghi vengano dimenticati, finché si prova a risvegliarli, in cerca di ricordi.

L’autunno è la stagione più bella nella valle. I filari di vite ingialliscono senza perdere le foglie, l’erba è ancora verde, gli alberi, spogliandosi, azzardano nuovi toni di rosso e arancio. Non fa freddo e vien voglia di dipingere, fotografare, racchiudere ogni immagine nella memoria, sapendo che non riuscirai mai a fissarle in una visione d’insieme. Siamo esseri che sanno scovare particolari, ma fanno fatica a metterli insieme. Si tratti della vita o di una valle.
Alle spalle della casa, protetto da un parapetto di pietra, il bosco prosegue gentile, non troppo fitto, con querce alte e sottili. C’è anche un sentiero brevissimo e dopo un centinaio di passi si apre alla vista un grande prato. Ero contenta di essere tornata in baita in autunno.

La giornata era passata ad arieggiare stanze, materassi e cuscini, controllare camini, aprire e chiudere armadi, lottare con castelli di ragnatele e insetti morti, liberarsi di provviste scadute da tempo. I vicini si chiedevano se fossimo finalmente tornati. La casa si risvegliava lentamente.
Arrivata la sera, feci un ultimo giro intorno. Oltre le cime degli alberi si intravedeva la luna piena, emanava una luce intensa, come un piatto di alabastro visto in controluce. Per guardarla bene, senza alberi a spezzarne il cerchio perfetto, dovevo raggiungere il prato.
Guardai il sentiero scuro e poi in fondo il leggero chiarore della valle e rimasi immobile, terrorizzata senza sapere perché, dimenticando che alcune paure nascono da grandi tristezze.

Erano anni che non sperimentavo la paura dei bambini: un sentimento cieco che entra nelle ossa, freddo, di vulnerabilità assoluta, credo assomigli alla morte.
Sentivo i rumori della notte, forse un cinghiale, le ghiande che cadevano ogni tanto, le foglie scricchiolavano; non era questo a spaventarmi, ma un centinaio di passi da fare, come un ultimo miglio.
Allora mi tornarono tutti in mente, li immaginai come non li ho mai visti insieme. Un uomo non ancora vecchio e già curvo che si allontana lentamente con le braccia dietro la schiena, l’incedere è lento e un po’ storto, non si volta più indietro; una donna che si sposta da un lato all’altro del sentiero come un giocoliere, cercando di tenere ogni cosa in equilibrio come ha fatto per tutta la vita; un ragazzo che volta la testa da un’altra parte e smette di vedermi, e ancora lo fa, e due bambini sempre troppo piccoli.

Niente altro nel mio ultimo miglio. Quello da attraversare. Nessun amore, rancore o delusione, lavori belli o brutti, case, viaggi, amici veri o falsi; una folla di persone ed eventi che scomparivano davanti a quella famiglia sgangherata, sempre pochi passi davanti a me, ingombrante, ora poco più di un’ombra che non sarebbe più riuscita a nascondere la vista della valle.

«Ehi!…» Piero attirò la mia attenzione sporgendosi dal finestrino e illuminandomi con i fari dell’auto «sali, ho chiuso tutto». Lampeggiava per gioco.
«Che facevi lì al buio?» mi chiese in auto facendo manovra
«Volevo arrivare al prato per vedere la luna sulla vallata»
«Dai, la prossima volta. È tardissimo » poi mi chiese con dolcezza «la giornata è stata come te l’aspettavi?»
«Sì, è stata una bella giornata».
Mi prese una mano, la portò alle labbra, poi la riappoggiò accanto a sé.
Ombre, erano soltanto ombre.

(Paola Giannelli) © riproduzione riservata

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