insomnia_by_paulamcollins-d67irqz

Sette angeli governano

la terza ora della notte

e io lascio cadere

una domanda fra i tuoi seni.

Mi basterà, libro sgualcito,

mi basterà quest’odore d’erba falciata?

Mi basteranno le sere e le mattine,

e queste notti eterne, fatte di nodi

incastrati nel pettine, di sigarette,

di storie e progetti impossibili da terminare?

Mi basteranno le stufe accese

e i divani aperti lì davanti?

A te bastava accartocciare una mappa

per tramutare una città in un labirinto

ma avrò il coraggio io, senza una scusa,

avrò il coraggio di compromettere

l’origine di un gesto

e la sua storia,

che è, e già non è più la nostra storia

se un’altra voce la intreccia di là dal tavolo,

al ristorante, a casa nostra,

in una Praga, Londra, Milano qualsiasi

senza il linguaggio che tu mi proponevi

ora che affondo in qualsiasi vetrina

e torno ancora dritto a te, ridicolo,

fedele e inutile

come un’eco che nessuno ha chiamato?

Mi basterà la colazione, il gatto, il formaggio

e i vermi, le rupi basteranno?

Saprò rinnovare il volto allo specchio

con uno schiaffo d’acqua fredda e via,

o collezionerò vecchi cimeli e incartamenti?

Favorirò la catastrofe e i suoi frutti,

le sue speranze, le musiche che avrà?

Saprò sorridere al mio assassino ed amarlo

vivendo in margine ad ogni grazia?

Sette angeli governano ancora

la quarta ora della notte,

batto le strade, le stazioni, i campi,

sfoglio la folla nei teatri, i chiostri, le panchine,

cammino insonne verso lo sguardo

che finalmente mi sbriciolerà.

* * *

Ero giovane, avevo sete e non sapevo cosa significa

lo smalto rosso sui piedi di una donna.

Non sospettavo che l’amore è vero

solo quando non è corrisposto,

o che la vita è questa bimba irruente

che corre e ride e passa e frantuma

le mie teiere e i servizi antichi di porcellana,

e senza questo minuscolo segreto

l’uomo sarà vento o ghiaccio, sarà un destino,

l’amore sarà una nave, un’alba, un sogno,

o dormirà in una frase lì appesa

come conchiglie rotte dentro la bocca.

La vita sarà un soffio, un’ombra,

saranno dita che passano piano fra i capelli,

fotografia sfocata in cui un dandy confina già col santo,

sarà il passato e il suo vociare dietro l’orecchio

ma la mia memoria, oggi,

risale appena a questa mattina.

Sotto membrane di vita quotidiana,

fra appuntamenti, affari, agende,

respiro aria di felce e abeti rossi,

acque di vetro sui sassi bianchi,

cerco il silenzio che non ha storia

e colgo piano il radicchio selvatico

esattamente dove sapeva la bisnonna,

ma nessun uomo passerà due volte

dalla stessa identica porta.

Tu non farai queste domande, no,

ma io saprò davvero rinunciare

a ciò che gli altri scalpitano per ottenere?

* * *

Quattro pianeti governano ora

la quinta ora di questa notte.

Non ho che carte, congetture, riviste,

finestre aperte e una porta dietro la quale

potrebbe iniziare qualsiasi esistenza.

Stringo due chiavi nelle tasche dei calzoni

e ora rimpiango il misterioso linguaggio

che un giorno mi proponevi.

Dovrei davvero vivere una vita

quando ne posso immaginare diecimila?

Non puoi sentire cose diverse

senza già essere un uomo diverso.

Cambiati d’abito, giacca e di scarpe,

cambia gli occhiali,

visita adesso la stanza segreta

in cui il visionario rinnova la sua anima

e con essa un mondo intero.

In più mi sei apparsa stanotte,

so che domani suonerai al campanello

perché viviamo in ritardo sui sogni.

Vieni e bussa, scarpa col tacco,

porta il tuo mento sottile altero, portalo qui davanti,

sotto una sola spoglia domanda:

che cosa hai fatto tu in questi anni?

Niente, ciglia d’inchiostro.

Solo aspettarti qui e alcune sere, come in Oriente,

ficcare un dito nel ventre della terra,

portare piano le labbra sull’orlo,

confessare il mio segreto e chiudere i lembi

perché non voli via ai quattro venti

ma resti in terra, e in sogno maturi.

Che cosa ho fatto, donna bambina?

Solo aspettarti una vita qui

coi dadi in pugno e un fiore nel taschino.

Trascorre solo il tempo che misuriamo,

ma ora vieni qui più vicina, dammi le mani,

dimmi soltanto che questa sera,

che domani,

che l’anno prossimo.

(Paulo Romenon) © riproduzione riservata

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