treni

Quello che avrebbe fatto da grande, Corradino lo aveva deciso a sei anni,  quando con mamma e papà era stato per la prima volta alla stazione centrale di Milano.

Erano andati ad accompagnare zia Concettina, che tornava in Calabria dopo avere trascorso a Milano le vacanze di natale e quando lui, dopo essere volato sulla scala mobile, era approdato sul grande piazzale della stazione, non aveva creduto ai propri occhi: tutti quei treni enormi allineati sui binari; la gente che saliva e scendeva trafelata; i sorrisi e i pianti,  i baci e gli abbracci di quelli che arrivavano o partivano, in una confusione di gesti e di parole; e poi una voce magica – limpida e trasparente – che si ergeva su tutto quel rumore, volava nell’aria e annunciava destinazioni in terre sconosciute, arrivi e le partenze, cambiamenti di binario e ritardi a causa di incidenti sulle varie linee del bel paese.

Lui aveva sentito battere il cuore per emozione, si era tenuto stretto alle mani di mamma e papà – lo avevano dovuto trascinare al binario per salutare zia Concetta, che era già con un piede sul treno –tanto era immerso in quel mondo nuovo, in quell’aria di festa, in quel grande cubo di marmo che gli aveva finalmente svelato la propria miracolosa esistenza al centro della città di cui, fino ad allora, Corradino aveva conosciuto solo la periferia dove abitava.

Da quel giorno, Corradino non aveva più avuto dubbi e a chi, col passare degli anni, gli chiedeva cosa avrebbe voluto fare da grande, lui rispondeva senza indugi: voglio fare la voce dei treni.

Si era diplomato con pieni voti alla scuola di geometra, poi aveva fatto un corso di dizione per togliersi quell’accento soffiato che, tutte le volte che tornava dalle vacanze passate dai nonni, a Tropea, gli rimaneva attaccato alla lingua come una brutta malattia.

Ricordava ancora tutto del concorso nazionale, nel quale si era classificato secondo, e del colloquio a seguito del quale, grazie ai risultati ottenuti, gli avevano offerto un posto gestionale; lui, anche a rischio di non essere assunto, aveva gentilmente declinato l’offerta e specificato che voleva fare l’annunciatore della stazione.

Il dirigente che lo aveva esaminato ne aveva avuto una così buona impressione che, pur stupito da quella strana richiesta, lo aveva assunto con un contratto da impiegato delle Ferrovie dello Stato, con decorrenza immediata.

Anche se ormai si avvicinava alla pensione, ricordava alla perfezione il suo primo annuncio, e l’emozione che aveva provato, con la bocca secca e la lingua incollata al palato: «Si avvisano i signori viaggiatori che il diretto 1453 da Milano Centrale a Roma Termini è in partenza sul binario numero quattro. Ferma a Bologna Centrale e Firenze Santa Maria Novella». Per tutto il tempo in cui aveva parlato, aveva sentito il cuore battergli nelle tempie e un ronzio fastidioso nelle orecchie, come se un aeroplano gli si fosse piantato nel cervello.

Nel corso degli anni, anche con l’avanzare delle tecnologie, aveva continuato ad amare quel lavoro con lo stesso entusiasmo dei primi tempi. Erano cambiati i treni, che adesso andavano velocissimi. Si era trasformata la stazione stessa, che ormai sembrava un grande centro commerciale, ma lui aveva mantenuto le stesse abitudini di sempre: un caffè a metà turno con i colleghi; la sigaretta rilassante, che il medico gli aveva proibito da anni, e poi il piccolo cerimoniale a cui era rimasto fedele per tutti quegli anni, l’arrampicarsi nel sottotetto – nel punto più alto di quel bellissimo edificio – a spiare, dalla finestrella che sovrastava tutta la stazione, la gente che entrava e che usciva, quella che partiva e che tornava, immaginando vite magiche e storie di semplice, straordinaria unicità.

(Stefano Simonini) © riproduzione riservata

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