Storie e persone

La banalità ricorrente del male

arendt

«Beth Hamishpath» – la Corte! Queste parole che l’usciere grida a voce spiegata ci fanno balzare in piedi giacché annunziano l’ingresso dei tre giudici: a capo scoperto, in toga nera, essi entrano infatti da una porta laterale per prendere posto in cima al palco eretto nell’aula”.

Questo l’incipit de La banalità del male una delle opere più conosciute di Hannah Arendt, filosofa, scrittrice, tedesca di origine ebraica, naturalizzata americana dopo aver vissuto in condizione di apolide per 18 anni. È il resoconto del processo svoltosi a Gerusalemme contro Adolf Eichmann, ex ufficiale delle S.S., seguito da Hannah Arendt in qualità di inviata del New Yorker; fu il primo a svolgersi nello stato di Israele.

Dopo essere fuggito dalla Germania, nel 1950 Adolf Eichmann riceve documenti d’identità falsi dal vicario di Bressanone e si imbarca a Genova. Seguendo quella che viene definita la linea dei ratti, raggiunge l’Argentina e nel 1960 viene rapito dai servizi segreti israeliani e trasportato a Gerusalemme. Truccato, travestito e sedato viene fatto passare per membro di un equipaggio aereo che aveva alzato il gomito.  Il processo inizia l’11 aprile del 1961 e si conclude con la condanna di Eichmann all’impiccagione.

L’esito del dibattimento è largamente atteso, Eichmann non nutre speranze sul suo futuro e l’evento ha una risonanza mediatica mondiale. Sfilano 111 superstiti, le loro deposizioni sono una babele di lingue che testimoniano tutte e sempre le stesse atrocità in molte e orrende varianti.
Hannah Arendt resta immediatamente colpita dal contrasto tra il meccanismo e la strategia di morte e distruzione a cui Eichmann aveva attivamente preso parte – era responsabile del trasferimento dei deportati verso i campi di concentramento – e l’apparente normalità dell’uomo.
Chiuso in una gabbia di vetro, con accanto tre poliziotti, appare un burocrate non diverso da altri e, nelle sue deposizioni, oscilla  tra ignoranza, cialtroneria, luoghi comuni, aggrappandosi tutto il tempo a un linguaggio rigidamente burocratico che mostra – secondo Hannah Arendt – l’incapacità di comprendere le conseguenze delle proprie azioni.

Mentre il pubblico ministero descrive l’uomo come il male assoluto, Eichmann presenta se stesso come un mero esecutore di ordini che si è occupato “semplicemente di trasporti” e dichiara di non aver fisicamente ucciso nessuno e che – anche volendo – non avrebbe potuto comportarsi diversamente da come ha fatto.

Sebbene il punto di vista di Hannah Arendt sia stato messo in discussione – ipotizzando un convinto antisemitismo di Eichmann che egli avrebbe provato a mascherare ponendo l’accento sulla necessità di obbedienza agli ordini – introduce un quesito che è ancora  attuale, e che porta la sua opera ad essere citata con regolarità in occasione di alcuni eventi a forte impatto emotivo, sociale e politico, non ultimi gli attentati terroristici di Parigi.
La sua visione porta a chiedersi quanto il male possa essere pervasivo e coinvolgere uomini e donne senza che ne abbiano completa consapevolezza, all’interno di un ingranaggio più ampio in cui il singolo si sente deresponsabilizzato dalla conseguenza delle sue azioni. Banalità del male che può essere tradotta in ordinarietà e permeabilità della vita ad esso, oltre a gettare una luce inquietante sulla facilità con cui si può entrare nei suoi meccanismi.
Ponendo la questione del male associato a individui ordinari, non demoniaci né mostruosi, Hannah Arendt si collega alla capacità di pensare – secondo lei  assente in Eichmann – come antidoto; la necessità di riflettere sulle proprie azioni, di interrogarsi, di discernere, per mantenere una visione il più possibile globale sulle cose.

Questo l’elemento centrale dell’attualità del suo pensiero: l’importanza dell’agire con consapevolezza, unita alla profonda convinzione che il male, alla fine, sia privo di radici profonde e sia tutto in superficie, al contrario del bene.

“Ho cambiato idea” scrive Hannah Arendt in una lettera del 1963 “e non parlo più di “male radicale”. […] Quel che ora penso veramente è che il male non è mai “radicale”, ma soltanto estremo, e che non possegga né profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare il mondo intero, perché si espande sulla sua superficie come un fungo. Esso “sfida” […] il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, di andare alle radici, e, nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua “banalità”. Solo il bene è profondo e può essere radicale.”

(Hannah Arendt, Hannover, 14 ottobre 1906 – New York, 4 dicembre 1975)

 

(Paola Giannelli) ©Riproduzione riservata

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3 thoughts on “La banalità ricorrente del male

    • Non piacque il suo interrogarsi sulle eventuali responsabilità di parte ebraica nelle deportazioni, da parte di chi gestiva i ghetti; provò a guardare gli eventi in maniera obiettiva, ma nonostante le levate di scudi nei suoi confronti non pensò mai che gli ebrei fossero corresponsabili della Shoa o nutrì simpatie per Eichmann. Restò solo molto colpita dal non trovarsi davanti un demone o un mostro, ma una persona che sembrava assolutamente ordinaria.

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