Racconti

Gli amici del gruppo sopravvivenza

sopravvivenza

Le prime volte lo aveva fatto d’inverno, nascosta dal bavero del cappotto, perché nel quartiere la conoscevano tutti la maestra Pizzigoni, che aveva avviato alla vita generazioni di ragazze e ragazzi.

L’idea le era venuta quasi per caso, una mattina che, uscendo dalla chiesa, dove andava a dare una mano, aveva notato che gli ambulanti del mercato rionale lasciavano per terra, assieme alle cassette che non servivano più, mucchi di roba ormai considerata invendibile.

Ci aveva pensato per dei giorni, a tutto quello spreco di cibo che si sarebbe ancora potuto utilizzare, ma ogni volta che si decideva a uscire, la reputazione che si era creata in tanti anni di onorata professione la frenava. Solo a inverno inoltrato – quando la spesa del riscaldamento si era fatta insostenibile – aveva realizzato che i soldi della pensione non sarebbero bastati per arrivare a fine del mese.

Così, coperta di strati di vestiti, un foulard sulla testa a coprirle buona parte del viso, era uscita di casa furtiva, muovendosi rasente i muri, con il cuore che le batteva forte nel petto. Poi, giunta sul posto, aveva iniziato a infilare nella sporta quanto più poteva, non rendendosi conto che intorno a lei altri fantasmi privi di sembianze stavano facendo la stessa cosa. Il bottino recuperato, che lavò e pulì con cura, le valse tre giorni di minestrone abbondante, senza spendere un solo euro.

Col passare del tempo, quando prese coscienza che la sua era ormai diventata la condizione di molti, smise di vergognarsi. Iniziò a scendere per strada un po’ prima che i ragazzi iniziassero a smontare le bancarelle; cominciò a salutare, a chiacchierare con quelli che, come lei, rovistavano alla ricerca di avanzi ancora commestibili, perché tirare la fine del mese diventava sempre più difficile.

A furia di incontrarsi, iniziarono a riconoscersi come un vero gruppo. Lei, allora, ebbe un’idea illuminante:  propose di costituire, tutti insieme, un piccolo comitato tra i bisognosi del quartiere. Con cortesia e diplomazia, iniziando a scendere per strada tutti insieme, divennero amici della maggior parte degli ambulanti – dai quali compravano sempre qualcosa – chiedendo che, alla fine del mercato, riservassero a loro tutto quello che avrebbero dovuto buttare. I giovani ambulanti presero subito in simpatia quel gruppetto di anziani, sempre in ordine e sorridenti; ogni martedì, alla fine del mercato, preparavano per loro borse regalo, infilandoci dentro non solo gli scarti, ma anche qualche primizia che li potesse rendere felici.

Quando arrivò l’estate, la maestra Pizzigoni decise di convocare a casa propria gli amici del gruppo sopravvivenza. Propose loro, e tutti furono felici dell’idea, di preparare una festa in cortile per ringraziare tutti i giovani che li avevano aiutati con la loro generosità. Organizzarono una cena infinita, preparando ognuno una specialità, in onore dei ragazzi e delle ragazze – dai nomi molto spesso impronunciabili – che si erano presi cura delle loro difficoltà. Seduti ad una lunga tavolata, che occupava l’intero cortile, avevano riso e cantato a squarciagola le canzoni di tempi e luoghi lontani. Avevano riso, si erano commossi, avevano ballato come ragazzini. Restarono là, a mangiare e scherzare fino a tardi, quando la luna aveva rubato il posto al sole del pomeriggio e una leggera brezza accarezzava le ore della sera. Tutti fratelli allo stesso modo, nonostante l’età, il colore della pelle e le rispettive religioni; figli di un dio minore, della solidarietà e della speranza.

(Stefano Simonini) © riproduzione riservata

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