Storie e persone

Natale Pino

pino

Porto il nome di mio nonno, ricevuto in eredità insieme a storie di fatica, sacrifici e pugni chiusi contro il destino. A scuola sarei passato inosservato se all’anagrafe non fossi, per intero, Natale Pino.
All’avvicinarsi delle vacanze natalizie, i compagni di scuola proponevano puntualmente di addobbarmi con decorazioni stravaganti, sebbene poco abbia a che fare con gli abeti, ma ero simpatico ai più e, con qualche risata, lo scherzo finiva lì.
Negli anni, dovendo decidere come rivolgersi a me, molti si affidavano a quello che credevano il mio diminutivo.
«Dai, Pino, facciamo qualcosa insieme» proponeva qualcuno, pensando di passare al nome per maggiore confidenza «Natale» correggevo.
Sono sinceramente legato al mio nome-cognome, che non mi è mai stato  simpatico come un paio di giorni fa, quando ho ricevuto la telefonata del direttore editoriale di una famosa casa editrice. Mi informava di aver letto il mio manoscritto e proponeva di incontrarmi.
«Ci è piaciuto molto» ha concluso.

Ed eccomi qui, seduto di fronte al signor Mario Siniscalchi, ad ascoltare le sue considerazioni sul mio libro. Non riesco a seguirlo con attenzione, l’emozione per la notizia che il mio racconto verrà pubblicato mi distrae.
Mario Siniscalchi ora tace, torna sulla copertina del manoscritto, lo afferra con i pollici. Sembra cerchi le parole, poi prosegue.
«Non si offenda, ma il suo nome non risulta particolarmente accattivante. Posso chiamarti Pino vero?»
«È il mio cognome».
«Anche questo…» aggiunge tra sé.
«Sai, non prendertela, ma voglio evitare cattiverie gratuite, e potrebbero esserci. Potresti sentirti dire che avresti fatto meglio a scrivere una versione moderna di Pinocchio o che il tuo stile è legnoso».
Gli rispondo che non è un problema.
«Vediamo un po’» penso a voce alta.
Siniscalchi mi guarda, restiamo in silenzio per quasi un minuto, poi propongo: «Chris».
«Come Christopher?»
«No, come Christmas, Kiefer di cognome»
«Natale Pino, immagino»
«Sì, inglese e tedesco».
Riflette un attimo. Con la punta del dito disegna ghirigori invisibili sulla scrivania. Ripete ad alta voce:«Chris Kiefer».
Dice che gli piace, suona bene.
«Sicuro che non ti dà fastidio cambiar nome?»
«È solo una questione di forma» rispondo, «non di identità: come aver scritto una riga in più del libro, sopra il titolo».
Faccio quest’ultima osservazione guardando una Stella di Natale, avvolta nel cellophane, sulla scrivania.
«Sa che si tratta di un finto fiore? Quelle rosse sono foglie, anche la Stella di Natale è una pianta con una doppia identità» gli dico.
Ride, poi ci stringiamo la mano. Mi informa che per gli altri dettagli e il lavoro editoriale possiamo sentirci con il nuovo anno. Mi accingo ad aprire la porta del suo ufficio, quando mi chiama.
«Natale?»
«Sì?»mi volto.
«Tanti auguri per il tuo onomastico e grazie di esser passato poco prima delle vacanze e a fine giornata».
«Scherza? Non saprei immaginare un regalo migliore».
Faccio le scale di corsa. Pioviggina. Apro l’ombrello e mi fermo davanti a un negozio che vende regali inutili. Fiori che danzano a ritmo di musica e perizomi vistosi, in un angolo giace un cuscino decorato con la bandiera americana, accanto a una candela a forma di salsicciotto.
«Merry Weihnachten, Christofer Kiefer, buon Natale» dico a voce alta, davanti alla mia immagine riflessa nella vetrina. C’è tempo per qualche acquisto natalizio.

(Paola Giannelli) © riproduzione riservata

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