Racconti

Grandi sogni

orso

Flavia sollevò il coperchio della cassapanca di rovere, ai piedi del letto matrimoniale, e sul fondo – disteso, coperto da un panno di cotone e gomitoli di lana colorata – ritrovò l’orso di tela color crema che cercava da tempo. Era lungo quanto un suo avambraccio, con gli occhi e il muso ricamati.

Nel negozio in cui l’aveva comprato, circa dieci anni prima, le avevano raccontato che era realizzato in tela inglese dei primi del ‘900. L’avrebbe acquistato anche senza conoscere quel particolare. Le piaceva l’assenza di cerniere, parti metalliche e bottoni e l’espressione un po’ sciocca dei pupazzi cuciti a mano. Non ricordava fosse nella cassapanca e ignorava come vi fosse finito. Giulia, sua figlia, nonostante i suoi quindici anni, sarebbe stata contenta di riaverlo.

Appoggiò l’orso di tela sul cuscino di Giulia e tornò in camera per chiudere la cassapanca, poi si sedette sul bordo del letto e, pensando all’infanzia di sua figlia, ricordò alcuni particolari di Bruno.

Per un breve periodo era stato continuamente nelle loro conversazioni. Se Mario, il marito di Flavia, raccontava dell’ultimo sopralluogo in piattaforma metanifera, Giulia – aveva cinque anni allora – replicava che Bruno le costruiva; se Flavia parlava dell’ultimo libro che le era piaciuto, Bruno ne aveva scritti almeno dieci o se, durante una passeggiata estiva in bici, li incuriosiva un tratto di costa, era immancabile che Bruno ne conoscesse i fondali con precisione, se non era stato addirittura il capitano di qualche nave.

Era insopportabilmente perfetto: sub, guidava i dirigibili e le mongolfiere, sapeva arare i campi in pochi minuti e costruire velivoli, pittore e musicista, grande viaggiatore, speleologo e non si sa cos’altro; immaginando una qualsiasi attività, Bruno era in grado di farla meglio di chiunque. Giulia aveva gli occhi che brillavano mentre raccontava e la vocina diventava più squillante.

Poi un giorno, a tavola, Flavia si rese conto che era qualche settimana che non parlavano di Bruno. Era andato via dalle loro conversazioni così come era arrivato: all’improvviso, con il suo bagaglio di perfezione e curiosità.

Flavia pensò di chiedere a Giulia come stesse il suo amico immaginario e la risposta fu perentoria:

«È morto».

«Come, morto» chiese Flavia alla bambina.

«Sì» confermò Giulia «un incidente sott’acqua, durante un’immersione». Poi, continuò a pranzare con tranquillità.

Di Bruno non si parlò più, l’orso di tela inglese da cui sua figlia non si separava mai, tornò a fare l’orso di stoffa e smise di essere un super eroe.

Seduta sul letto, Flavia provò nostalgia di quei pasti affollati di oggetti ideali e immagini di creature fantastiche quanto un laboratorio rinascimentale, della capacità di immaginare eventi straordinari per se stessi e alimentare grandi sogni.

Si guardò le mani conserte in grembo, poi spostò lo sguardo sul comodino dove c’erano dei canovacci e tovaglioli da riporre. Da bambina – aveva circa l’età di Giulia ai tempi di Bruno – era in grado di trascorrere pomeriggi interi giocando con un fazzoletto piegato e ripiegato, inventando storie. Si chiese che fine avessero fatto quelle fantasie, dovevano essere da qualche parte nella memoria.

Raddrizzò la schiena e si alzò. Sentì suonare la fisarmonica per strada, guardò l’orologio al polso: quasi mezzogiorno. Era domenica, Giulia e Mario erano in giro in bici, lungo strade cittadine senza ombra di draghi e castelli, orsi speleologi e macchine volanti, ma molta fatica in più.

Flavia tornò in sala e riprese a leggere un libro, rilesse tre volte la stessa frase prima di riuscire a comprenderne il senso, poi si concentrò sulla lettura. Si rimproverò di diventare nostalgica, a volte.

(Paola Giannelli) © riproduzione riservata

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2 thoughts on “Grandi sogni

  1. Anche per me staccarmi dai giochi preferiti dei figli piccoli e’ difficile..laloro fantasia,i nostri pomeriggi a raccontare avventure ritornano da un cassetto di casa dove si addormentano non appena riposti.Storie di sana nostalgia .

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