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Sono per strada e ho un buco nella scarpa sinistra. Non troppo grande, ma in quel punto non c’è niente tra il calzino e l’asfalto umido di questa sera nebbiosa. Non so come sia successo, né perché non l’abbia ancora fatto riparare. Sono passate tre settimane da quando me ne sono accorto. Penso sia il mio bisogno di sentirmi incompiuto. Un suggello: io, sotto sotto, sono uno che calza scarpe rotte.

Ero stupito quando me ne sono accorto. Sono scarpe di buona fattura, inglesi, e non mi si è mai bucata una suola prima d’ora. È anche vero che non ho mai indossato per così tanto tempo lo stesso paio di scarpe: per comodità, pigrizia, perché le lascio accanto al letto. Sono molti giorni che esco solo con quelle scarpe per fare la spesa: pane e pere – o mele – e qualcosa per fare dei toast.

Così, la notte dell’ultimo dell’anno, cammino con una scarpa rotta e una bottiglia di Moët & Chandon, che reggo per il collo come una gallina morta. Ogni tanto urta la gamba. Scarpe bucate, bollette da pagare, ma non porto idrolitina in regalo. Ah, dimenticavo, ho anche dei fiori.

A Mara dico sempre di non aspettarmi, ma ogni fine d’anno, puntuale, suono al suo citofono poco prima di mezzanotte. È comodo avere una sorella come lei, a tre isolati da casa, nonostante i suoi due bambini che sanno tutto di tutto e il marito ancora perdutamente innamorato di lei. Quasi immorale, molto fastidioso, ma li amo lo stesso. Ogni fine d’anno i bambini mi ringraziano per i regali di Natale che mia sorella compra al posto mio, senza chiedermelo. E perché la finzione sia credibile, ne compra uno anche per sé: forse le piacerebbe ci pensassi io, almeno una volta, ma sa che sono cose che dimentico.

Eccomi qui davanti al numero 38 a fare una faccia fintamente intelligente al videocitofono.

«Sergio… saaliiiii!» trilla Mara, ma il tono non è quello di sempre.

Ogni anno è sorpresa, credo tema davvero di non vedermi. Ci ho provato a non venire qui, due anni fa, ma mentre i fuochi d’artificio illuminavano il cielo, ho capito che ero un vero idiota: in mutande, dietro i vetri, a dividere il cenone con Jack, la mia gatta. Quattro grassi toast e una quantità indefinita di pistacchi, con una gatta che ho creduto maschio per quasi un mese. Un cretino insomma. Non si può iniziare il nuovo anno senza un brindisi.

Quando apre la porta, capisco che qualcosa non va per il verso giusto: le luci sono troppo soffuse, c’è un insolito silenzio, Mara ha i bigodini sulla testa e non è agghindata – come suo solito – come un albero di natale, ma ha gli occhi rossi, il naso gonfio e una faccia da funerale.

Mi si butta tra le braccia e inizia a piangere a dirotto, tanto che le lacrime mi si infilano nel colletto della camicia. Sono così tanti anni che non la vedo piangere, che anche il mazzo di fiori che tengo tra le mani, per lo shock, appassisce all’istante. Cerco di calmarla, me la tolgo di dosso – intanto sento che la calza, dalla parte del buco, è bagnata e penso che domani avrò il raffreddore – e l’accompagno al divano, sul quale ci sediamo entrambi. Le chiedo di raccontarmi cosa sia successo e lei, tra lacrime e singhiozzi da telenovela, mi racconta che Umberto, suo marito, e i bambini sono andati in montagna; che lei ha scoperto da tempo di non amarlo più e che da quattro mesi ha una storia d’amore con Nikolay, il venticinquenne bulgaro che pulisce le scale nel palazzo.

Tanto per capirci: mia sorella di anni ne ha quarantasette – e questo sarebbe niente – ma, soprattutto, nella vita non è mai stata una donna intraprendente. La storia con Umberto, iniziata sui banchi del liceo e coronata dalla nascita dei figli, sembrava la solita favola – io per sempre tua, tu per sempre mio – benedetta dal matrimonio in chiesa. Invece, così all’improvviso, scopro che mia sorella è una cougar affamata di carne giovane, e sfoga i propri appetiti sessuali su un partner che potrebbe essere il più grande dei suoi figli.

La guardo basito – odio il termine basito, ma non ne trovo un altro appropriato – e lei diventa un fiume in piena. Mi racconta che è successo per caso, un pomeriggio che era tornata prima dalla scuola dove insegna francese. Nikolay sembrava stanchissimo, con tutto quel su e giù per i sette piani del palazzo a scopare, lavare e lucidare. Così lei, mossa a pietà perché erano gli inizi di settembre e faceva ancora un caldo insopportabile, lo aveva invitato a bere qualcosa. Subito aveva notato che lui la guardava come non l’aveva mai guardata nessuno. Era arrossita. Lui, cogliendo al balzo la palla del suo evidente momento di imbarazzo, l’aveva baciata con passione e poi l’aveva presa con una furia selvaggia, sbattuta sul tappeto, girata da tutte le parti. Insomma, le sembrò di aver fatto davvero l’amore per la prima volta nella sua vita. Poi la cosa era continuata. Dopo tanto tempo aveva riscoperto il suo corpo, la sua femminilità, cosa significa essere desiderata e toccata. Si vedevano tutti i martedì, prima che i ragazzi tornassero da scuola e lei aveva deciso di dare una svolta alla sua vita, di iniziare a vivere il suo nuovo amore alla luce del sole, perché la vita è troppo corta e si vive una volta sola. «Con Nikolay ho anche scoperto i piaceri dell’amour…»

Pausa. Dodici secondi di silenzio.

«Dell’amour?» chiedo io.

Lei arrossisce, cerca la parola giusta, poi sfodera il suo francese.

«Par derrière» dice, con un filo di voce.

Solo che da tre settimane, continua Mara poco dopo, il bulgaro si è dato alla macchia, non si fa più trovare, fa le pulizie nel palazzo e sparisce. E qui ricomincia a piangere come una fontana.

Comincio a capire il senso di quel buco nella scarpa, di quel calzino sempre più bagnato e del raffreddore – certo, e non solo probabile – che mi costringerà nel letto domattina. Anzi, questa mattina, visto che, parlando e piangendo, la mezzanotte è già passata e non mi sono nemmeno ricordato di aprire la bottiglia dello Champagne.

Per prendere tempo mi alzo. Lei mi osserva mentre vado fino al tavolo, prendo la bottiglia, tolgo la stagnola sopra il tappo, allento la gabbietta di metallo, la tolgo con delicatezza e comincio a fare pressione sul bordo del turacciolo. Attorno si sentono i rumori dei fuochi d’artificio. Sembra di essere sotto un bombardamento. O forse è un bombardamento: siamo appena stati attaccati dall’Isis e non ce ne siamo accorti, intenti come siamo a stappare bottiglie di spumante, mangiare lenticchie e cotechini, fare trenini e balli di gruppo assortiti.

Comunque sia, guerra o non guerra, alla fine stappo la bottiglia, riempio due bicchieri – non ho trovato le flûte e mi sono dovuto accontentare di due coppe da cocktail – e torno verso il divano. Credo che Mara sia sconcertata dalla mia tranquillità e dal mio contegno, perché mi osserva con aria strana. Oppure presagisce qualcosa, con l’istinto femminile che l’ha caratterizzata da sempre, fin da ragazza, quando le bastava guardarmi negli occhi una frazione di secondo per capire se ero appena stato con una ragazza. Ma poco mi importa. Le porgo la sua coppa, facciamo un ridicolo brindisi guardandoci negli occhi e incrociando le braccia, come fanno gli innamorati, e ridiamo. Sì, ridiamo di gusto e finalmente sono contento di vederle gli occhi asciutti. Devo ammettere che è una bella donna, perfino con le righe di trucco lasciate dalle lacrime. Un po’ troppo in carne forse, ma evidentemente è anche questo che piace a Nikolay.

Lei sta ancora ridendo, quando le sussurro in un orecchio: «Sai, anch’io ho scoperto i piaceri dell’amour… come l’hai chiamato? Par derrière? Nikolay pulisce le scale anche da noi. Ci sa  davvero fare.»

Sì, decisamente buco e calzino bagnato erano un segnale freudiano. Quale non saprei, però lo erano. Lei sgrana gli occhi, muta, per qualche secondo, incapace di capire se scherzo o dico la verità. Poi mi rovescia il Moët & Chandon sulla testa – un Brut Grand Vintage 2006 Coffret da 64, 90 € – e urla: «Ecco perché quello s… è sparito dalla circolazione: te lo stai facendo tu.»

Non ha mai detto stronzo in vita sua e non ci riesce nemmeno questa volta, povera Mara, nonostante abbia deciso di dare inizio ad una nuova vita. Cosa posso rispondere? Che si sbaglia? Che non è come sembra? Che è come sembra, ma posso spiegare tutto? Inutile, stupido e poco elegante, soprattutto con una scarpa bucata e un calzino ormai fradicio (cosa che non riesco assolutamente a spiegarmi, essendo in casa di Mara ormai da ore). Prendo il cellulare dalla tasca della giacca e faccio il numero: «Nikolay, vieni da mia sorella, una volta tanto sento che devo farle un regalo».

È il primo giorno dell’anno. Semel in anno licet insanire. Soprattutto se c’è un Nikolay che ci sa fare.

(Stefano Bandera, Paola Giannelli, Stefano Simonini) © riproduzione riservata

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