Inquieto vivere

Mi dispiace

scusa

Mi chiedo come sarebbe la mia vita se avessi ricevuto delle scuse al momento giusto. O le avessi ricevute e basta. Io, e ogni persona che incrocio per strada.

Mi dispiace, non volevo, ti chiedo scusa; sei stata male e rendermene conto mi fa star male; non ti capivo allora, sei stato un uomo coraggioso.

Non sempre, non su ogni cosa. In molte circostanze trascurabili cambia poco, si va avanti benissimo senza: è scritto nei codici genetici di sopravvivenza.

Ma.

Per alcuni dolori sordi, alcune circostanze difficili da superare che rischiano di diventare ossessioni, avrebbe forse fatto la differenza. Dopo aver lottato e aspettato il passare del tempo, che sa scorrere con sadica lentezza, in un momento indefinito tra l’essere senza direzione e intravedere una parvenza di normalità tranquilla, avrebbe fatto la differenza.

Non subito, no. Dopo aver concluso il balletto delle colpe: mia, tua, avresti dovuto, ma come hai fatto, non ci hai pensato, guardati, guardami, e io e tu; una schermaglia che intesse con filati sempre più scadenti l’attaccamento tra due persone, senza ancora recidere legami. Non solo tra amanti, anche figli, fratelli, genitori, amici, persone che occupano tutta la tua strada, un attimo ci sono, un attimo dopo sono altrove, anche tu. O così sembra.

E molto tempo nel mezzo. Di una lunga gestazione di se stessi, per ripensarsi, ritrovarsi migliori o peggiori di quanto si immaginava, spostare i propri limiti, non sempre ampliando i confini.

Il giorno che incontri loro, lui, lei, sei sorpreso o seccata, sei davanti a un caffè che non hai saputo rifiutare o cerchi una scusa per allontanarti senza scortesia. Nasconde le mani nelle tasche, alza le spalle quasi a nascondere il collo, lo sguardo è basso, il volto inclinato da un lato come fanno i bambini e dice: «mi dispiace». Correndo il rischio della tua rabbia, dello scherno, dell’indifferenza.

Allora sì che servirebbe, potrebbe dare un senso. Sapere che siamo esplosi in mille pezzi, riaggiustati alla meno peggio, abbiamo perso sogni o speranze che chissà quanto tempo ci vorrà a ricostruire – e l’altra, l’altro, non sa fino a che punto, non può sapere – e quando ti incrocia per strada ti dice mi dispiace.

Non accade quasi mai.

È una forma di pensiero magico, probabile quanto ricevere un bacio o uno schiaffo da uno sconosciuto per strada. Come pensare al luogo ideale in cui vivere, come vorremmo il mondo andasse. E c’è dell’altro.

È anche un modo per continuare una conversazione silenziosa con chi è uscito dalla nostra vita o ha assunto contorni sfumati. Immaginare di esser visti, riconosciuti, come se quelle parole di scusa, quello sguardo, legittimassero davvero il nostro dolore, come se ancora fossimo in credito con il mondo per quella sofferenza, come non ci fossero parole di scusa che potremmo usare – anche noi – per alleggerire qualcuno, e non bastasse tutto ciò che sentiamo, il vero tassello da cui ripartire.

Per disegnare spazi interni, comprendere i nostri slanci e alcune piccolezze, gli eccessi, le timidezze, ciò che siamo e ciò che mai saremo. Con ragionevole certezza.

Non nuovi, ma rigenerati. Portatori di senso in noi stessi. Lontani da occhi diversi da quelli che non abbiamo ancora incontrato.

(Paola Giannelli) © riproduzione riservata

Immagine: Lucian Freud, Girl in bed, 1952.

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4 thoughts on “Mi dispiace

  1. È cosa davvero rara ricevere questo risarcimento emotivo. Ma, se non accade, dobbiamo farci forza e non eccedere con le ruminazioni. Il vero risarcimento è la forza che troviamo in noi stessi, per aprire le porte alla vita anche senza quel “mi dispiace”

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