simamma

«Lo butto via io, tutto questo dolore che non ti da tregua, e confonde i giorni con le notti». Te lo prometto mentre ti parlo per l’ultima volta, quando ormai sei diventata un ammasso di carne senza forma, attaccata a macchine che fingono la vita, quella che ormai non c’è più. Mentre gli occhi aperti e immobili guardano lontano, senza più vedere.

Ti saluto accarezzandoti il viso e stringendo nella mia la tua mano ancora calda. So con certezza che sarà la nostra ultima volta. Tengo il telefono accanto al letto e – in quella che sarà l’ultima notte della tua esistenza – quando finalmente riesco ad addormentarmi, la tua voce che grida nitida il mio nome,mi sveglia di soprassalto. Resto confuso e sperduto nel letto, il cuore che batte forte, con la certezza che l’ansia e la suggestione mi abbiano fatto sognare te che mi hai chiamato; mentre un’erezione dolorosa mi conferma che mi ero addormentato, e che mi sono  appena svegliato.

C’è un sole primaverile, che scalda il cuore, il mattino dopo, quando la telefonata che mi comunica che sei andata via mi raggiunge mentre sto tornando in ospedale. Lo stesso sole che, dopo il funerale, illuminerà a sorpresa, una giornata grigia e nebbiosa, accompagnando la tua uscita dalla chiesa, dove è venuta tanta gente a salutarti.

Adesso che te ne sei andata, non voglio più pensare a come sei stata negli ultimi cinque mesi; allora recupero una foto di quando ero bambino, una giornata insieme allo zoo, di cui l’uomo che sono oggi non ha alcuna memoria.

Però ricordo tutto di te e di me, in quegli anni: quella madre di cui ero follemente innamorato, bella e altera, un po’ stronza e sempre con una sigaretta accesa tra le labbra; costantemente arrabbiata e urlante, come a recitare il solo copione imparato a memoria; che ha creduto per tutta la vita che l’amore non andasse esternato ma sostituito da durezza e fermezza; e che ha ingenuamente creduto che le perdite e i dolori dovessero essere soffocati nel cuscino, la notte, da sola, al buio.

Quella madre che mi ha mostrato, fin dai miei primi anni di vita, quanto fosse più ammaliante il fascino indiscreto delle streghe, belle e irraggiungibili, rispetto a quello pallido delle principesse (ricordo ancora una delle poche volte in cui picchiai un altro bambino, perché aveva detto, con fare sprezzante, che fumavi come una turca); che, a suo modo, mi ha amato di un amore dolorosamente immenso, e che ha saputo rinunciare a se stessa per regalarmi le chiavi del mondo; che ha saputo scalare montagne, e accettare cose molto più grandi di lei, anche quando la cultura e l’esperienza non le potevano venire in soccorso.

Quella madre che ha fatto di me un uomo perbene.

(Stefano Simonini) © riproduzione riservata

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