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Tornando a casa, trovò una busta nella buca delle lettere. La aprì. Dentro c’era una fotografia: lei, di spalle, tra la gente che affollava un vagone della metropolitana. Guardò la busta. Niente indirizzo, niente mittente, niente che potesse aiutarla a identificare chi l’avesse lasciata nella buca. Pensò allo scherzo di un’amica o di un amico. Mise tutto nella borsa e salì in casa. Se ne dimenticò

La settimana dopo, mentre ritirava la macchina al parcheggio, vide un foglietto infilato fra tergicristallo e parabrezza. Non era un foglietto. Era una fotografia. Lei, sempre di spalle, inquadrata dal marciapiede opposto, che entrava nel palazzo in cui si trovava il suo ufficio. Allora le tornò in mente l’altra foto. La cercò, ma ricordò di aver cambiato borsa. Quando mise la chiave nel cruscotto, la mano le tremava. A casa cercò la fotografia. Non la trovò. Mise quella nuova nel cassetto del comodino. Era certa che, così facendo, avrebbe sognato chi la fotografava.

Sognò di essere in un bosco di betulle, a piedi nudi, sotto la neve. Sentiva freddo, nonostante il cappotto che le arrivava alle caviglie. Sui tronchi bianchi erano inchiodate delle Polaroid. Tutte la ritraevano. Lei al mare, a letto, in cucina, nella vasca da bagno, mentre beveva una cioccolata al bar, faceva compere, dal parrucchiere, durante una gita, alla fermata del tram, in libreria, mentre ballava, al cinema, nascosta in un armadio, vestita da uomo, china su un tavolo, mentre leggeva. Era lei, non aveva dubbi, eppure in tutte quelle immagini c’era qualcosa di sbagliato, che non era in grado di individuare. Si avvicinò. Le guardò ancora. Una a una. Mentre la neve continuava a cadere e lei, sempre a piedi nudi, sentiva sempre più freddo. Poi capì: quella nelle foto non era veramente lei, ma la bambina che era stata. In alcune aveva dieci anni, in altre dodici o tredici, in una sei o sette. Lei, ma non del tutto lei, non veramente lei, non esattamente lei.

Esattamente era la parola cui stava pensando quando si svegliò. Guardò l’orologio: le due. Si chiese cosa c’è di esatto in una fotografia, nel soggetto di una fotografia, in una persona. Niente. Oppure tutto. E in chi fotografa? Il gesto, pensò.

Cercò di riaddormentarsi. Non ci riuscì. Udì lo squillo del telefono, ma si sbagliava. Andò in bagno. Si guardò nello specchio e vide che aveva gli occhi gonfi; rossi e gonfi, come se avesse pianto a lungo. Così ricordò che nel sogno aveva pianto. Guardando le foto di se stessa da bambina, aveva pianto. Pianto fino a sciogliere la neve che le aveva ricoperto le mani, i piedi, il cappotto. Si lavo con l’acqua fredda e tornò a letto. Si addormentò.

Il mattino dopo uscì di casa più presto del solito. Per strada si guardò attorno, per capire se qualcuno la seguisse. In ufficio parlò della cosa con una collega.

«Dovevi chiamarmi subito.»

«Per dirti che avevo trovato una fotografia dietro il tergicristallo?»

«Per dirmi tutto.»

«Questa notte ho fatto un sogno.»

E le raccontò del bosco di betulle.

Tornò a casa. Poi andò al cinema con un’amica. Era distratta, quasi assente. L’amica se ne accorse, le chiese se non stava bene.

«No» rispose lei.

Quella notte sognò ancora il bosco di betulle. Era primavera. Lei camminava sull’erba, a piedi nudi, facendo attenzione a non calpestare i fiori. Sui tronchi le fotografie erano cambiate, ma ritraevano sempre la lei di un’altra epoca. Si svegliò per andare in bagno e si guardò allo specchio. Questa volta non aveva pianto.

Il mattino dopo, infilando la mano nella tasca del cappotto per cercare un guanto, trovo un’altra fotografia. Era lei, inquadrata di fronte, che usciva di casa, quasi in primo piano. All’inizio non si riconobbe. Le altre due volte, vedendosi di spalle, non aveva avuto dubbi, questa volta ebbe un’esitazione. Era qualcuna che le assomigliava, ma non lei; non esattamente lei.

Questo racconto è ispirato al progetto Follower, di cui potete leggere qui:

http://follower.today/#welcome

(Stefano Bandera) © riproduzione riservata

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