segni

La carezza è un gesto antico. Risale ai tempi in cui eravamo scimmie e usavamo spulciarci l’un l’altro. La carezza è anche un gesto ambiguo, altruista soltanto in apparenza: dà piacere a chi la riceve, ma anche a chi la fa. Un gesto primitivo, dell’epoca in cui la maggior parte delle nostre sensazioni erano legate al tatto: epoca prenatale e neonatale, non solo dal punto di vista individuale, ma anche da quello della specie. La specie Homo, quella che dello spulciarsi ha fatto un rituale d’amore capace di unire amanti, genitori e figli, amici, sconosciuti.

Le carezze non lasciano segni: è il loro modo di essere carezzevoli. A volte l’amore ne lascia. Come dice Ornella Vanoni: «se la pelle te la strappa una spina / ahi, Valentina / pensa che era naturale /era un ti amo / una carezza venuta male». Le carezze venute bene sono ti amo invisibili. Fuori, per strada, non sapresti dire chi ne ha ricevute. Sono lì, sulla pelle di chi ti passa accanto, ma tu non puoi vederle. L’amore ha due facce: una visibile e una invisibile. Là ci solo laghi, fiumi e foreste, che non si trovano su nessuna mappa.

(Stefano Bandera) © riproduzione riservata

Annunci