Storie e persone

Raccontami una storia, Sherazade

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Shaharzad Hassan ha otto anni, viene da Aleppo, in Siria, e si trova nel campo profughi di Idomeni, in Grecia, al confine con la Macedonia.

Come un’altra Sherazade, racconta storie, disegnandole.

Racconta la sua fuga dalla Siria, a colori vividi, su un blocco bianco che tiene tra le mani mostrandolo al fotografo: il volto serio, il capo coperto da una kefiah rosa scuro, le dita macchiate di pennarello. Disegna le tende dei rifugiati intenti in attività quotidiane accanto a un edificio della croce rossa, riproduce uomini blu che aiutano i profughi a scendere da una nave, immagina una famiglia in marcia – genitori, tre figli e una bambola – ritratta di spalle, poi un uomo barbuto, con in testa un fez, che regge nella mano destra una torcia e fa pensare a Miss Liberty, nell’altra mano la bandiera dell’unione Europea, più in basso quella Greca. E poi un altro uomo che si fa tagliare i capelli seduto su una sedia, all’aperto, accanto alle tende. In un altro disegno la bambina raffigura la distribuzione del pane, poi un treno che s’impenna in salita, il particolare di una colomba che porta sul petto le stelle dell’Unione Europea, carri armato e uomini neri a fucili puntati.

I disegni sono belli, nitidi, ordinati, diversi dalla realtà  del campo di Idomeni  e dalla fuga che bambini come Shaharzad hanno affrontato insieme alle loro famiglie.

Si potrebbe commentare i disegni in molti modi: parlare della capacità della psiche dei bambini di cancellare le brutture, ricreando mondi simili ma più belli; riflettere su un campo raffigurato come un villaggio colorato, che diventa casa quando difficilmente si tornerà a casa; osservare una bambina di otto anni che trova la sua strada per alimentare la speranza nonostante il suo mondo le sia letteralmente esploso intorno; intravedere l’assuefazione, sempre possibile, in chi osserva da spettatore il disagio e il dolore; osservare in controluce i sogni dei bambini in cui le colombe portano la bandiera azzurra e a stelle di nazioni che fanno fatica ad accoglierli.

Ognuno può dare il proprio personalissimo senso, che non ha bisogno di aiuti, analisi e didascalie, purché non si distolga lo sguardo, purché le mille immagini che ogni giorno passano sotto il naso non finiscano per agire come abrasivo per le coscienze, purché non si consideri Shaharzad residente di un altro pianeta.

Racconta ancora una storia, Shaharzad, magari, questa volta, proviamo a cambiare il finale.

I singoli disegni di Shaharzad Hassan dall’archivio fotografico Getty Images sono visibili qui, le foto sono di Matt Cardy.

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(Paola Giannelli) © riproduzione riservata

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