Storie e persone

La dipendente

Mc

Devo iniziare a prendermi seriamente cura di mia sorella, che mi sembra messa veramente male.

Nel periodo in cui nostra madre stava male, dovendoci occupare quotidianamente di lei ci siamo visti più spesso del solito ma, soprattutto, abbiamo condiviso molti pasti insieme. Se, fino ad allora, la maggior parte delle volte, ci eravamo invitati a mangiare nelle nostre reciproche case – o andavamo al classico pranzo domenicale da nostra madre – in questo periodo, durato più di cinque mesi, abbiamo spesso mangiato fuori.

È stato così che ho scoperto una sua insana passione – fino ad allora sconosciuta, ma intuibile dai chili che le si accumulavano addosso, mese dopo mese – e una frequentazione di giro-pizza, di ristoranti menù terra e menù mare a prezzo fisso, dove servono quattro primi, quattro secondi, quattro contorni, quattro dolci e il caffè finale, dove si gode per la quantità più che per la qualità: ma, soprattutto, ho saputo del un pellegrinaggio incessante per i McDonald’s dell’alta Lombardia.

Se la memoria non mi inganna, ci siamo andati: due di volte mentre mia madre era ricoverata in ospedale a Milano; il giorno della sua morte, perché ce n’era uno grande e comodo vicino all’ospedale; il giorno del suo funerale e poco più di una settimana fa, quando ci siamo visti per scegliere cosa prenderci dalla casa di famiglia (anche oggi, mentre scrivo, e siamo insieme per sbrigare delle pratiche, propone di farci un hamburger!).

I tratti indicativi di quella che è diventata una vera e proprio dipendenza – peraltro abbondantemente supportata dal suo compagno che, pur essendo asciutto e muscoloso, deve avere una particolare propensione per le donne in carne – sono, in ordine sparso: il rapporto di familiarità con il personale di servizio, che la saluta abbracciandola e baciandola, scambiando informazioni sugli accadimenti della vita «che è qualche giorno che non ti vedo»; il rapporto sciolto e rilassato che ha con il touch screen per le ordinazioni – che usa con la stessa facilità con cui fa zapping al televisore -;  la rilassatezza nel girare le pagine dei menù, che conosce a memoria; la capacità di ricordare quello che ha mangiato le ultime tre volte che ci è andata, scegliendo di conseguenza cosa ordinare questa nuova volta – per non prendere sempre le stesse cose ed equilibrare la dieta -; e, ultima cosa ma non meno importante, l’avere stilato insieme al suo Salvatore, il fidanzato, una classifica personale dei migliori McDonald’s della zona, catalogati per qualità di hamburger, crocchette di pollo e patatine. Classifica da cui si deduce che al Mc di Legnano, di Rescaldina o di Gallarate si mangia molto meglio che in quelli di Milano, dando a Milano una connotazione sprezzante e negativa: e guai a tirare in ballo Burger King – che personalmente ritengo abbia la carne migliore – che lei vi fa subito un pippone per convincervi che come McDonald’s non c’è nessuno, apostrofandovi con quel suo vocione che, se non la vedeste, pensereste che ci sia un travestito nel tavolo dietro il vostro.

Ormai è cosi macdonaldizzata che l’ultima volta che l’ho vista – con una nuova tinta biondo castano e un maglione marrone – ho avuto la netta sensazione che si fosse vestita da  cheese burger.

Se solo mi permetto di muoverle qualche critica, lei mi da del rompicoglioni e comincia  a raccontare ai miei nipoti la storia che «vostro zio, quando era piccolo, è stato scambiato con un altro bambino. Lui era figlio di una principessa, ha il sangue blu, è per questo che ha i gusti raffinati, non come noi poveri paesani», mandandomi regolarmente a cagare!

(Stefano Simonini) © riproduzione riservata

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