Inquieto vivere

Calore

calore

Legge la frase. La rilegge.
Una, due, molte volte. Se non fosse sicura della buona fede di chi scrive, Carla penserebbe a un’esagerazione o sospetterebbe di essere presa in giro.
Appoggia il tablet sul comodino, si alza, trascina i piedi nudi sul parquet fino in cucina. Beve un bicchier d’acqua davanti alla finestra. È ancora buio.
Dovrò ringraziarti.

In bagno, si libera del pigiama con gesti netti, con le mani ravvia i capelli corti davanti allo specchio.
Mi hai ridato fiducia.

Osserva le spalle, le raddrizza, poi guarda i seni; appoggia le mani sui fianchi – li sente morbidi – abbassa lo sguardo sui residui blu di dentifricio nel lavandino.
Aggiungere tempo. Dio solo sa.

Ripensa al messaggio ricevuto, riletto tante volte da impararlo a memoria.
«Dovrò ringraziarti a lungo e poi aggiungere ancora tempo al mio dirti grazie. Mi hai restituito una robusta dose di fiducia e Dio solo sa se ce n’era bisogno. Non lo credevo possibile. Sei preziosa».

Parole forse un po’ enfatiche, pensa Carla, ma senza ironia o desiderio di illudere. Solo schiettezza. Significano, per chi le ha scritte, esattamente ciò che dicono.
Allora  perché ha pensato all’ironia, cos’è –  si chiede mentre apre l’anta di cristallo per miscelare l’acqua della doccia – questo retrogusto di detto e non detto, di significato apparente e reale.
Di nuovo davanti allo specchio, friziona i capelli inclinando la testa da un lato. Guarda la pelle del viso arrossata dal vapore.
Preziosa.

Ci pensa ancora mentre si veste, crede di intravedere una ragione: non è abituata ai sentimenti limpidi. Nessuno forse lo è. Le capita più spesso di ascoltare parole che fanno intendere molto, poi svoltano l’angolo del discorso e negano se stesse. La persona che hai davanti si sente obbligata a smorzare i toni e aggiungere al senso una piccola ambiguità. Niente di esplicito – riflette raccogliendo la borsa appallottolata sulla poltroncina dell’ingresso e tastando per verificare contenga il portafogli – qualcosa di appena accennato. L’effetto è come se qualcuno ti accarezzasse con grande dolcezza e finisse il gesto con un pizzicotto: nessun male, ma un senso di incompiuto.
Non lo credevo possibile.

Resta immobile davanti alla porta chiusa, poi torna sui suoi passi e spegne la luce del bagno. Ripassando davanti alla cucina, guarda il cielo che promette pioggia. Tornerebbe volentieri a dormire o a ripensare al messaggio. Fino a consumarne le parole.
Indossa il soprabito e apre la porta, scuote il capo.
Sempre lì a proteggerci, pensa,  per timore di essere feriti. Scoprirsi quanto basta per poter tornare agevolmente sui propri passi; ma a  furia di emozioni monche e svuotate, davanti a un sentimento espresso senza paure o reticenze, s’insinua il dubbio che non sia vero.
Dirti grazie.

Con la mano appoggiata sul pomolo esterno, si chiede se ha incrociato altri sentimenti a cui non ha dato il giusto peso, se è davvero capace di riconoscerli.
Chiude la porta a chiave: quattro mandate secche con la chiave più lunga e tre meno sonore con quella più corta, mescolate al tintinnio del ciondolo portachiavi. Chiama l’ascensore, sovrappensiero. Il sussulto della cabina al piano la riporta alle cose da fare.
Guarda l’orologio. Pensa che non ha una risposta. Sente ancora il calore del messaggio.
Forse di questo si tratta.
Calore.

(Paola Giannelli) ®riproduzione riservata

Immagine: Eugenio Marongiu

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