Racconti

Gepy Caraoche

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Si erano conosciuti a una cena a casa di amici e lui era rimasto impressionato da quella bella signora – giorni dopo, aveva scoperto che aveva qualche anno più di lui – con il caschetto biondo, che mangiava con appetito vorace e non disdegnava il bicchiere sempre pieno, conversando amabile e seducente.

Giuseppe – che a un certo punto della serata ne aveva intercettato lo sguardo malandrino – non si era lasciato scappare l’occasione: aveva preso a corteggiarla con l’energia di un adolescente e quando Marina, ormai brilla, si era accorta che la situazione aveva preso una strana piega, era ormai troppo tardi. A quel punto lei, nell’indecisione, aveva mollato gli ormeggi, e l’aveva lasciato fare.

Approfittando dei suoi sensi evidentemente obnubilati, lui si era offerto di accompagnarla a casa; sul portone del palazzo, l’aveva spinta contro il vetro, baciandola con passione, e l’aveva invitata a cena per la sera dopo.

Lei, che da tempo non si era sentita così importante, aveva accettato con un sorriso trasognato; poi, cercando di darsi un contegno, aveva infilato il portone di legno – traballando su tacchi diventati troppo alti a quell’ora tarda -, si era chiusa in ascensore e, una volta arrivata in casa, si era buttata sul letto addormentandosi bella e vestita.

Della sera dopo, Giuseppe iniziò un corteggiamento serrato, fatto di attenzioni e piccoli regali – mazzi di fiori, un anello di raffinata bigiotteria, qualche abito – che la gratificavano e l’avevano fatta sentire leggera e romantica, come non le capitava da anni.

La prima volta, fecero l’amore con un sole primaverile che illuminava la stanza. Si mostrarono a vicenda, senza falsi pudori, i difetti disegnati dal tempo e i chili di troppo, certi che, superata quella prova, il resto della strada sarebbe stato tutto in discesa.

Dopo qualche mese di frequentazione, Giuseppe aveva iniziato a infilare la parola matrimonio in ogni discorso e, una sera che erano a cena in uno dei ristoranti dove andavano più spesso lui, sorprendendola ancora una volta, le chiese di sposarlo in un modo decisamente singolare.

Successe che, nel bel mezzo della cena, si alzò per andare in bagno. Durante la sua assenza, improvvisamente, venne a mancare la luce. Quando ritornò, sotto forma di un occhio di bue, illuminò Giuseppe che, microfono in mano, cominciò a cantarle il suo amore con una voce baritonale: le note erano quelle di «Marina, Marina, Marina ti voglio al più presto sposar», la canzone che aveva accompagnato gli anni della loro giovinezza.

Lei accetto immediatamente la proposta e, dal giorno del loro matrimonio, il karaoke divenne il tormentone del loro amore, e di ogni loro domenica mattina.

Giuseppe, che era sempre il primo a svegliarsi, scendeva alla pasticceria sotto casa, comprava brioches alla crema appena sfornate, rubava una rosa pallida da uno dei cespugli che adornavano il giardino del palazzo dove vivevano, e tornava in casa a prepararsi per lei.

Marina, che amava poltrire fino a tardi, quando lo sentiva rientrare si trascinava in salone – unica spettatrice di quel siparietto dedicato a lei – con addosso i profumi ovattati della notte appena trascorsa, una vestaglia di pizzo nero a coprire una lingerie sensuale e raffinata e, inebriata dal profumo del caffè mattutino, lo ascoltava cantare.

Lui, che era vestito di tutto punto – nelle giornate migliori si metteva addirittura in smoking – si esibiva nel medley di canzoni, che aveva preparato per lei fin dall’alba: spaziava da Celentano a Lucio Dalla, con incursioni nei repertori raffinati di Mina e della Vanoni, anche se le sue vere passioni erano i gruppi degli anni sessanta e settanta: i Pooh e i Camaleonti, i New Trolls e I Santo California, i Daniel Santacruz Ensemble e la Schola Cantorum.

Lei, che lo aveva soprannominato, affettuosamente, Gepy Caraoche, tra un applauso divertito e l’altro, lo registrava – a sua insaputa – e postava i video in una chat di What’s up, alla quale partecipavano tutti i loro amici, che non perdevano mai quegli appuntamenti canterini della domenica.

Poi, che ci fosse il sole o che piovesse, con il bello e il cattivo tempo, si accomodavano al grande tavolo della sala da pranzo e, finito di fare colazione insieme, si abbandonavano all’amore.

(Stefano Simonini) © riproduzione riservata

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