Inquieto vivere

Il divano della serenità

divano

Quello che più mi manca di mia madre, oltre alla sua presenza teneramente ingombrante, è il nostro rituale del sabato; perché tutte le volte che ero a Milano – e non avevo impegni di lavoro – il sabato mattina lo passavamo, ormai da qualche anno, insieme.

La giornata iniziava con un litigio telefonico – se solo ritardavo di un quarto d’ora sull’orario di arrivo previsto, iniziava a tempestarmi di telefonate – nel quale sottolineava il fatto che lei fosse già pronta ad aspettarmi, mentre io la ignoravo, preoccupandomi solo di farmi gli affari miei. Il più delle volte, quando c’era bel tempo, nonostante facesse fatica a camminare e si dovesse aiutare con un bastone – che cercava di usare il meno possibile – la trovavo ad aspettarmi per strada, sbuffante e lamentosa; a quel punto la battuta passava a me, e lei sapeva già che le avrei rinfacciato di aver lavorato pesantemente tutta la settimana, che anch’io avevo i miei diritti e che, soprattutto, non ero né il suo autista né il suo cameriere personale, e che quindi si desse una calmata.

Saliva traballante sulla Panda e, silenziosi e immusoniti, iniziavamo la nostra mattinata di spese.

La prima tappa era il grande negozio di frutta e verdura dove lei, cuoca mediocre e sola ormai da anni, saccheggiava cassette e scaffali, quasi dovesse sfamare un esercito («perché stai comprando tuta ‘sta roba?», chiedevo io, con fare aggressivo, sapendo già che lei mi avrebbe risposto «i tuoi nipoti, quando vengono a casa, mi svuotano sempre il frigorifero»); poi passavamo dal macellaio, dove acquistava solo talune cose selezionate, per poi trascinarmi – il litigio continuava senza sosta – in due diversi supermercati, il sabato mattina pieni di gente orrenda, per comprare rigorosamente i salumi nel primo, e carta igienica e acqua nel secondo, unici clienti che, pur non avendo acquistato quasi niente, erano costretti a file interminabili alle casse.

Ritornavamo, finalmente, a casa dove lei, dopo avere goduto dal mio su e giù per le scale carico di sacchetti e sacchettini («ti sei dimenticato di portare giù le pattumiere»), confessava candidamente di non avere avuto tempo di cucinare e, a prescindere dalla stagione e dal tempo, si metteva a prepararmi mozzarella e pomodoro («che tanto tu non mangi mai niente, intendendo, con niente, coniglio, pancetta di vitello e salami nostrani , cibi che avevo odiato fin da bambino e le riempivano congelatore e dispensa).

Finito di pranzare mi stendevo sul divano della sala e lei, dopo avere preso il caffè, si sedeva ai miei piedi, le gambe allungate su una sedia, il volume del televisore sempre troppo alto, e si addormentava russando.

E io, nonostante i rumori infernali e la luce a pieno giorno, mi addormentavo con lei, di un sonno beato e senza sogni; sul suo divano, tutte le ansie e le tensioni che avevo accumulato durante la settimana, sparivano per magia, immergendomi in un’ora di totale serenità che faceva di me, al risveglio, un uomo nuovo.

Questa mattina sono dovuto andare a casa sua, a prendere dei documenti. Mi sono immerso in quel silenzio nuovo e sconosciuto dentro il quale lei non abita più; ho sentito il sonno arrivare e mi sono abbandonato su quel divano che sapeva guarire i miei dolori, ho chiuso gli occhi ma non è successo niente.

La stanchezza e le ansie sono rimaste lì, dentro il cuore che mi batteva nello stomaco e non sapeva trovare la pace: quel divano non aveva alcun potere e quel legame profondo si era ormai spezzato per sempre.

Perché da ora in poi non ci sarà più un posto dove potermi abbandonare, e dimenticare tranquillo; un luogo dove sentirmi protetto: perché i figli, per le madri, sono pezzi di cuore ed eterni cuccioli da custodire gelosamente.

Ormai, in quel luogo che è stato per lungo tempo il suo reame, non vive più la regina della serenità.

(Stefano Simonini) © riproduzione riservata

 

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2 thoughts on “Il divano della serenità

  1. Bel racconto, bella testimonianza, molto vera. La mamma… la mia mi manca ancora dopo nove anni, mi mancano le sue interminabile e angoscianti telefonate della domenica e le sue “verità” che mi ferivano tanto, ma che spesso, col senno di poi, si sono rivelate insostenibilmente vere.

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