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Otto anni. Pensate a quello che avete fatto in questi ultimi otto anni: le persone che avete incontrato, baciato, amato, i libri che avete letto, i viaggi che avete fatto, le notti in discoteca, i film che avete visto, tutto. Poi pensate di non averlo potuto fare perché eravate in carcere. È quello che è successo a Doina Matei, la donna che nel 2007 uccise Vanessa Russo nella metropolitana di Roma, durante una lite per motivi futili. In carcere giustamente, lo preciso a scanso di equivoci,

Da qualche mese, Doina era in semilibertà: usciva dal carcere di giorno, per lavorare in una cooperativa, e ci tornava la notte, a dormire. Quindi non era tornata libera, godeva solo della possibilità di uscire di prigione per seguire un percorso di reinserimento nella società.

Aveva anche usufruito di qualche permesso premio, e in quelle occasioni si era fatta fotografare, sorridente, pubblicando poi le foto su un profilo Facebook aperto a gennaio, con un altro nome.

Il Messaggero scopre il profilo, vede le foto, e ci scrive un articolo. Tutti gli altri giornali riprendono la notizia. Scoppia il caso. La “gogna mediatica” (definizione orribile) viene montata nel giro di un istante: «in Italia gli assassini circolano liberi e gli onesti stanno in carcere», «pena di morte», «giustizia indegna», e tutti i luoghi comuni del giustizialismo da internet bar, conditi stavolta anche di razzismo e sessismo (perché Doina è donna e rumena, e, in più, le si imputa l’aggravante dell’essersi fatta ritrarre in costume da bagno).

Io non conosco Doina. So poco della sua vita precedente (i figli avuti quasi da adolescente, la fuga dal suo paese, la prostituzione). Può essere che pubblicando quelle foto abbia commesso un’ingenuità. Ma mi chiedo: stiamo parlando di giustizia o di vendetta? Lo ripeto: Doina non è libera, è ancora, di fatto, una carcerata. Sta finendo di scontare la sua pena. Non le sono state fatte detrazioni. Sta solo godendo di ciò che la legge prevede. E la legge non prevede che un assassino non possa più sorridere. Il sorriso di Doina non è un insulto. Non è la smorfia ipocrita di chi pensa di averla fatta franca e vuole irridere la vittima o i suoi parenti. Anche perché, nelle foto che ho visto, tutto mi sembrava, quel sorriso, meno che irridente. È semplicemente il sorriso di una donna che, ben consapevole di quel che ha fatto, sa che la vita le potrà ancora dare qualche momento felice. Pensare il contrario, dire, come Gramellini, che «se ammazzi una persona, dovresti almeno avere il pudore di tenere per te le tue emozioni gioiose, senza ostentarle», significa negare la possibilità che una donna (un uomo), nel corso di otto anni, possa cambiare. Significa negare il senso stesso della pena e del carcere, che non sono strumenti di vendetta, ma, in teoria, di recupero dell’individuo. Cosa dovrà fare Doina, anche quando sarà davvero libera: girare per strada contrita, a volto coperto, evitando di essere vista nel caso avesse un momento di gioia?

In America si dice che un liberal è un conservatore a cui è capitato di finire in prigione, non importa per quanto. Perché noi il carcere non sappiamo che cos’è: non riusciamo nemmeno a immaginarlo. Dovremmo passarci otto anni prima di chiedere che quel sorriso venga nascosto. Dovremmo perdere e dimenticare quello che in questi ultimi otto anni abbiamo avuto la libertà di poter fare.

(Stefano Bandera) © riproduzione riservata

 

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