Inquieto vivere

Due di noi

due

L’ho colto subito quello sguardo smarrito, la prima sera che ci siamo incontrati. Ho visto il rossore che ti aveva colorato il viso, perché eri impreparato al desiderio.

Ti ho trovato bello, quella prima volta in cui ti sei esibito nel tuo numero di simpatia forzata – che aveva conquistato tutti e aveva fatto sussurrare di ammirazione le signore .

Io l’avevo capito che non eri così simpatico, e che quell’esibizione era il tuo modo per farti accettare dagli sconosciuti, il primo passo sulla strada di un riconoscimento che ti serviva per relazionare con la gente. Avevo visto quel numero da imbonitore così tante volte – fatto sempre da uomini uguali a te, in tutto e per tutto – che, anziché sentirmi infastidito – perché così sarebbe dovuto essere – mi prese una profonda tristezza, mista a una dolcezza struggente.

Perché avevo riconosciuto il tuo smarrimento nella vita; quel tuo bisogno di sparire all’improvviso, nel bel mezzo di uno dei numeri ideati per intrattenere gli ospiti, per andare a rifugiarti dentro le tue paure, la necessità disperata di dare soddisfazione al male che ti abitava, invece di capire, odiare e cercare di estirpare le radici di quel tuo male, e riuscire a buttarlo via per sempre.

Invece tu lo adoravi, il tuo male.

Già il secondo giorno ricordo che, fisicamente, mi eri piaciuto di meno; mi saresti piaciuto sempre meno, giorno dopo giorno. Il tuo viso sembrava essere precocemente invecchiato. Le borse dell’insonnia gonfiavano gli occhi e ne spegnevano la luce. Il mento, nonostante la tua giovane età, aveva già perduto quasi tutta la sua elasticità. Anche il corpo, che ancora sfoggiava i segni di una recente e rigogliosa bellezza, aveva iniziato un lento e inesorabile declino, dal quale non saresti più riuscito a ritornare.

Ti raccontavi in storie mirabolanti, cercando di attrarre la mia attenzione, e di impressionarmi con le tue gesta di generale senza esercito; io ti ascoltavo, e mi struggevo di una tenerezza dolorosa che, sapevo già, non si sarebbe mai trasformata in amore.

Avrei potuto accoglierti nel mio letto, e farti dormire con me; regalarti un attimo di calore, di comprensione forse.

Ma amarti no, non avrei mai potuto, perché io non avevo mai saputo innamorarmi di chi non sapeva amare se stesso.

(Stefano Simonini) © riproduzione riservata

 

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