fainacern

Pochi giorni fa, una faina è saltata su uno dei trasformatori che portano energia all’acceleratore di particelle del CERN di Ginevra e ha mandato l’impianto in corto circuito. L’acceleratore si è fermato e per farlo ripartire ci vorrà una settimana. Della faina è rimasta una pallottola di pelliccia bruciacchiata. Era già successo qualche anno fa: un uccello aveva mandato tutto in tilt con un pezzo di baguette. Anche quella volta, restarono soltanto poche briciole e avanzi di piume.

Quando chiesero ad Alberto Giacometti, lo scultore, cosa avrebbe salvato se fosse scoppiato un incendio nel suo studio, lui rispose: «Il gatto». Io avrei salvato la faina. E anche il volatile ignoto, conciato così male che non si è neanche capito a quale specie appartenesse. E pace se ciò avrebbe comportato la non scoperta del bosone di Higgs. Niente contro i bosoni, sia ben chiaro, ma io preferisco la faina, se non altro per l’astuzia e la destrezza dimostrate introducendosi, come in una gabbia di galline, nel recinto dell’LHC, il Large Hadron Collider (così si chiama l’acceleratore di Ginevra), che pare sia uno dei luoghi più controllati del pianeta. Di certo più del pollaio di Lupo Alberto.

(Stefano Bandera) © riproduzione riservata

 

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