Inquieto vivere

Una inspiegabile nostalgia

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Ho nostalgia del deserto. Della cresta morbida delle dune, del caldo sfrontato quanto una passione, di giorno, e del freddo insospettato di notte. Del silenzio che porta fruscii di rettili, insetti, predatori notturni e brezze che modellano, senza stancarsi, il paesaggio.
Ho nostalgia del cielo che non immaginavo potesse aprirsi con tale ampiezza allo sguardo – e che colori – e della qualità della mia voce nell’aria, come non si può sperimentare in altri luoghi. Senza ostacoli, raggiunge chi ascolta e si perde altrove. Le parole, appena pronunciate, si nascondono sotto radi ciuffi di piante ostinate o aiutano il vento a giocare con le dune, insieme allo spazio e al tempo.

Non ho mai visto il deserto. L’hanno visto altri che ho portato a lungo in me.

Ho nostalgia della nebbia e di una Milano fresca di boom economico. Del vapore freddo che avvolge le strade al mattino e rende soli anche se si cammina in compagnia. Degli operai che con la gamella in mano si avviano in silenzio mentre è ancora buio, gli abiti da lavoro spazzolati, il catino con l’acqua fredda per lavarsi.
Lo scampanellio dei tram attraversa l’aria e i lunghi bracci metallici, sul tetto, scorrono sui fili fino gli snodi, accendendo una scintilla ogni tanto.
L’aria s’impregna di odore di ferraglia, e di caffè davanti alla luce di un bar. Si sente profumo di colonia da uomo, talvolta. Tutte assomigliano a quelle del barbiere e hanno i colori delle caramelle: verde, viola, celeste.

Non ho mai visto Milano al mattino negli anni ‘50. L’hanno vista persone che porto dentro me.

Ho paura dei colpi sordi. Il mio coraggio si accartoccia sotto i talloni, il sangue defluisce, provo la debolezza istintiva di chi si prepara alla fuga. E mia figlia è come me, ma quei suoni non sono né miei né suoi, sono di mia madre. Sono la paura, vera, delle bombe. Una nave che esplode in porto, una santabarbara che manda in frantumi tutti i vetri della città e lei, per caso – le gambette secche, le trecce nere e spesse, una tazza di latta tra le mani – si trova sotto un tavolo su cui ha corso instancabile fino a poco prima. Sul tavolo ora ci sono molte schegge di vetro: una lunga quanto un coltello, proprio al centro.
Mi ha passato la sua paura nel liquido amniotico, con ogni colpo secco per cui ha sussultato quando ero nel suo grembo e io, a mia figlia, nello stesso modo; e chissà lei, e per quante generazioni ancora.

E’ un ricordo che mi appartiene, ma non viene da me.

Ricordi. Veri, falsi, presi in prestito, raccontati.
Se posso quasi non accorgermi che un ricordo raccontato non mi appartiene, e riceverne sensazioni reali e autentica nostalgia; se i dolori, le emozioni, i ricordi, possono essere profondamente veri anche solo ascoltando e immedesimandosi nella vita di un altro, forse non ha senso ostinarsi a capire con precisione l’origine di ogni nostro sentimento, desiderio e paura.
Bisognerebbe forse trovare un confine oltre il quale interrogarsi sulle cause di quello che siamo non ha più molto senso. Oltre quel limite, smettere di attribuire colpe, responsabilità: indizi di noi stessi sono dispersi in molte persone e tempi diversi, alcuni sorprendentemente lontani.

(Paola Giannelli) ®Riproduzione riservata

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4 thoughts on “Una inspiegabile nostalgia

  1. Grazie della tua intensita’e delicatezza Paoletta mia..siamo in tanti ad essere attraversati da emozioni cosi’precise ma lontane ..chissa’ quante vitw abbiamo in un palmo di secondi.♥♥♥…

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