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E dovrei

una giornata inscritta fra due tazzine di caffè

fra due bicchieri mezzi vuoti d’acqua

dovrei cambiarmi d’abito, di gesti, di parole?

Non ricommettere lo stesso errore

anche se il cuore è legato alla nave

e la nave è legata a un’ancora senza fondo.

Dovrei entrare

in un bar di segretari, direttori, funzionari

appena usciti da un convegno che cambierà il futuro

in mezzo a uomini soddisfatti e ragionevoli

con la fede infilata in tasca e un’offesa legata al dito,

tutti tesi verso ambizioni realizzabili

dovrei

unirmi al coro dei morti di domani

mentre ammoniscono il morto di oggi,

e intanto imparano da sette giornali

la loro prossima opinione.

Non si può credere, aveva tutto

(lo chiamano tutto)

Non è ammissibile, non gli mancava niente

(lo chiamano niente)

dovrei ignorare la bestia e l’amore

senza interrompere il brindisi commemoriale

e rovinare tutto

e anche se fatto non vergognarmi più

come bambino scoperto a rubare

e smascherato davanti ai compagni

appositamente riuniti

dovrei

senza che il tempo sia bello né brutto

senza che il tempo

e poi pagare e chiudere la porta

senza discorsi screpolati e persi

che non avrei il fegato di ripetere

senza discorsi

mi strapperei le unghie dalle mani e dai piedi

mi strapperei

tutte le ciglia dalle palpebre

pur di conoscere la sacertà impenetrabile

del monaco che non desidera

né vivere, né morire.

C’è una bellissima giornata di pioggia

e un bicchiere mezzo vuoto

trabocca.

(Paulo Romenon) © riproduzione riservata

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