posta

Oggi parlo di una cassetta della posta. L’ho vista in una foto, quella che anche voi vedete qui sopra. È un vecchio computer della Apple. Una ventina d’anni fa – forse un po’ meno – era un computer d’avanguardia. Oggi il suo case bianco e grafite, di plastica semitrasparente, sarebbe considerato cheap e poco cool. Ma qui, in questa veste paradossale, inappropriata e poco congrua assume contorni e significati inaspettati.

Computer come questo furono tra i primi a essere usati in maniera importante per lo scambio di posta elettronica. Eppure, pochi anni prima della loro messa in linea, William Gibson aveva scritto un libro intitolato Luce virtuale in cui raccontava un futuro dove le informazioni più importanti sarebbero state, paradossalmente, consegnate a mano, con lettere scritte su carta e affidate a una cassetta della posta. È quanto chiede questo vecchio computer risorto a nuova vita: che gli si consegnino lettere, non e-mail. Lettere scritte a mano – o anche a macchina – su carta magari stropicciata, cifrata da macchie di caffè, da impronte di mani sporche, da lacrime cadute inavvertitamente – o forse no – durante la scrittura. Lettere in cui si senta il corpo di chi le ha vergate.

Lettere da piegare e custodire in tasca, nel portafogli, dentro un libro. Lettere come angeli, come messaggeri, che rechino messaggi del nostro imperatore.

(Stefano Bandera) © riproduzione riservata

Annunci