Storie e persone

È morto il Re. Viva il Re

Cassius-Clay-gloves

Il 25 febbraio 1964, quando Cassius Clay conquista il campionato del mondo dei pesi massimi, ha solo ventidue anni. Quattro anni prima, era stato campione Olimpionico a Roma. Per vincere il mondiale gli tocca stendere al tappeto Sonny Liston, un nero come lui, che da bambino aveva lavorato nelle piantagioni di cotone e subito le frustate del padre padrone. Clay era stato più fortunato, forse perché nato nel Kentucky e non nelle paludi dell’Arkansas. Arrivò alla boxe per caso, finendo in una palestra alla ricerca della bici che gli avevano rubato. Il suo primo allenatore fu un poliziotto irlandese.

Il secondo titolo mondiale, più clamoroso del primo, Clay lo vince quando annuncia di essersi convertito all’islam. Diventa Muhammad Alì e da lì (come in un gioco di parole) cominciano i suoi guai. Nel 1966 è richiamato alle armi per andare in Vietnam. Si proclama obiettore di coscienza dichiarando: «Nessun Vietcong mi ha mai chiamato negro». Un tribunale di bianchi lo condanna a cinque anni di prigione. Non può più salire sul ring, ma diventa un eroe per la lotta contro la discriminazione. Cinque anni più tardi le indagini svolte su di lui risultano irregolari. Torna sul quadrato. Perde la prima sfida mondiale, ma, dieci anni dopo il primo titolo, il 30 ottobre 1974, strappa la cintura a George Foreman nel match passato alla storia come The Rumble in The Jungle (La rissa nella giungla), combattuto in pena notte nello stadio di Kinshasa.

Sul ring si muoveva leggero come una farfalla e pungeva come un’ape. Il suo passo d’attacco strascicato – l’Alì shuffle – diede il titolo a un pezzo di musica pop. Dal 1984, era il morbo di Parkinson a costringerlo a quell’andatura. È morto il Re: viva il Re.

(Stefano Bandera) © riproduzione riservata

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