Inquieto vivere

Il peso delle cose non dette

bugie

Brava era brava, e non si distraeva mai. Le rare volte che accadeva, sapeva recuperare senza esitazioni il filo della narrazione, anche se si trattava di menzogne. Era un’abilità che derivava da una memoria fuori dal comune e un ferreo senso logico. Mentiva come se stesse scrivendo i capitoli di un libro. Quando parlava, le bastava scorrere un indice immaginario per ritrovare quello che aveva già raccontato. Se aggiungeva particolari o nuovi capitoli, restavano impressi senza sforzo su pagine fatte di sinapsi e immaginazione.
Aveva iniziato a nascondere la verità per proteggersi, per non ferire, per necessità e negli ultimi anni per abitudine.
Clara pensò che non era quello il giorno giusto per smettere, anche se non avrebbe saputo dire quando, in alternativa. Era aprile, una giornata di sole che cercava l’estate si apriva davanti a lei. Non credeva negli eventi improvvisi, ai cambiamenti inspiegabili. In genere ne riconosceva le anticipazioni e gli indizi sempre più ravvicinati nel tempo, come le contrazioni di un parto.
Non quella volta.
Sembrava che il principale meccanismo su cui si articolava la sua vita si fosse incrinato in modo inatteso. Quella speciale abilità nel mentire di cui poteva andar fiera solo con se stessa, aveva iniziato a gravarle sul petto con un peso insostenibile. Insieme al lezzo delle bugie su cui era costruita la sua esistenza.
Era ferma a un semaforo, dondolava il capo ascoltando musica e picchiettava sul volante seguendo il ritmo.
Voltando lo sguardo a sinistra, aveva notato un bambino di circa dieci anni che la osservava. Era appoggiato al finestrino abbassato come a un davanzale, il capo sulle braccia conserte, la guardava incuriosito dal movimento. Non sorrideva, le labbra erano serrate e gli occhi neri la fissavano. Due occhi collegati ad un budello che l’aveva scaraventata in un tempo remoto che appena ricordava, in cui guardava il mondo senza sorrisi. Registrava le variazioni meteorologiche come un barometro e quelle del vento come una centralina eolica. Osservava le foglie degli alberi per identificarne le sfumature di verde, la zigrinatura del bordo e le nervature. Contava le auto memorizzando marca e colore, immaginava i processi che portavano alla stampa dei libri su cui studiava. Sperimentava le risonanze di legno e del metallo, i suoni che gli oggetti producevano. Senza che un muscolo mai disegnasse un sorriso, per giorni interi. Silenziosa, si muoveva lungo gli spazi e badava a se stessa, ricacciava indietro la rabbia, non conosceva leggerezza. Era una bambina invisibile.
Lungo quei ricordi muti ogni tanto una voce senza volto, un uomo, una donna: «Va tutto bene? Che hai, sei triste, racconta».
Sempre le stesse frasi. Se provava a spiegare, le voci si allontanavano ascoltando appena e pronunciando rassicurazioni generiche.
Aveva iniziato a mentire per essere lasciata in pace. Per tranquillizzare ed essere convincente, aveva imparato a sorridere a comando
«Sì, sto bene».
Distendeva le labbra e disegnava un ampio sorriso. A volte inventava un evento di fantasia per rafforzare l’idea che non poteva che essere felice.
I pensieri negli anni si erano stratificati, moltiplicati, congiunti e aveva iniziato a scrivere biblioteche di menzogne, serie, inattaccabili. Al semaforo le mancò il fiato e temette di soffocare. I polmoni erano vuoti e la respirazione bloccata. Pensò che la morte per soffocamento doveva essere atroce e sperò che non le accadesse in quella luminosa mattina di aprile.
La stessa cosa era accaduta la notte precedente, si era svegliata improvvisamente ed era balzata a sedere sul letto, senza ossigeno nei polmoni e senza il coraggio per riaddormentarsi.
Bugie che creano realtà parallele. Se va sempre tutto bene, puoi accettare qualsiasi condizione, compromessi che non vorresti, vite che non ti appartengono, scenari che mai avresti visitato.
Una cattedrale eretta con mattoni di tufo che in quel momento erano ricaduti in macerie sul suo petto, con tutto il peso delle cose non dette.
Accostando l’auto al marciapiedi era stata presa dall’impulso di spogliarsi e girare nuda per strada. Non riusciva a sopportare su di sé nemmeno il peso di poche centinaia di grammi di lana e cotone.
Certo, era un problema non riuscire a tollerare neanche una minima zavorra. Avrebbe potuto nascondersi per qualche tempo, ma avrebbe dovuto essere sincera, prima o poi.
Sarebbe stato un cataclisma. Senza dubbio.
«Questa proprio non ci voleva» si disse Clara.
Riaccese il motore e invertì la marcia per tornare a casa. Aveva ancora qualche ora per pensarci, così almeno sperava.

(Paola Giannelli)® Riproduzione riservata

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