cappio

Quando gli venne l’idea di suicidarsi – facendo girare una corda attorno al tubo che reggeva la tenda della doccia – guardò il suo gatto e vide che non mostrava il benché minimo segno di pietà nei suoi confronti. A un gatto basta una mano che lo gratti dietro il collo o che gli apra la scatoletta del paté: a chi appartenga quella mano non importa. Così decise che, prima di ammazzarsi, si sarebbe procurato un cane. Lo trovò al canile comunale. Un bastardino di quattro o cinque anni. Dal pelo scuro. Di ascendenza misteriosa: almeno un quarto del suo patrimonio genetico doveva appartenere a un pipistrello.

Invece del paté, al cane dava le crocchette. Invece di grattarlo dietro il collo, lo grattava sulla schiena. Invece di chiamarlo con un nome da cane – Briciola o Fido – lo chiamava con un nome da uomo: Gustavo. Il cane gli si affezionò immediatamente, non necessariamente per via di quel nome. Così lui decise che era giunto il momento di uccidersi. Prese la corda. La fece girare attorno al tubo della doccia. Si strinse il cappio al collo. Salì sul water e si lasciò scivolare nel vuoto. Il tubo si ruppe. Lui cadde per terra e Gustavo lo guardò senza il minimo segno di pietà. Quel pomeriggio lo riportò al canile e decise che, finché la reazione del mondo al suo suicidio fosse rimasta quella, non avrebbe mai più tentato il folle gesto.

Il giorno dopo scivolò nella doccia e morì. Nella caduta andò a schiacciare il gatto. Neanche la saponetta lo guardò con un segno di pietà.

(Stefano Bandera) © riproduzione riservata

 

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