tacchinella

La mattina in cui Federica si svegliò e dovette correre in bagno, a vomitare tutto quello che aveva mangiato la sera prima, seppe di essere incinta. Ebbe anche la certezza, confermata qualche mese dopo, che il bambino che stava crescendo dentro di lei sarebbe stato un maschio e, anche se lo avrebbero chiamato Tommaso, lei iniziò con lui un dialogo quotidiano – in cui gli raccontava il mondo e quello che sarebbe stata la vita – chiamandolo Carletto. Un momento di esclusiva intimità con il suo bambino, che avrebbe custodito come un segreto; che avrebbe confidato solo a lui, una volta cresciuto.

I primi mesi furono i peggiori, disturbati costantemente dalle nausee, da una fame senza fine e da una stanchezza che aveva cancellato la luminosità e la freschezza del suo bel viso. Quando il suo corpo, finalmente, si abituò a tutti quei cambiamenti e alla nuova condizione, ritornò una certa normalità, che le fece godere appieno di quel suo nuovo stato. Accettava i cambiamenti del proprio corpo con una vitalità mai conosciuta prima e, quando era sola in casa, le piaceva guardarsi nuda allo specchio, alla scoperta di quella nuova se stessa. Il seno era diventato enorme, la pancia cresceva ogni giorno di più, mentre i fianchi si erano allargati per fare spazio al bambino, e il sedere si era visibilmente abbassato. Si ritrovò a pensare che sembrava una tacchinella e, imitandone la postura, si metteva a camminare per la stanza gloglottando, divertita, certa che “Carletto” la potesse vedere e ne ridesse insieme a lei.

I mesi passarono veloci, con Carletto che nuotava, instancabile e regolare, dentro il suo corpo; solo agosto la trovò spossata e senza energie, soggiogata dal caldo e dall’umidità. Quando arrivò il tempo della nascita, la tacchinella era ormai pronta per il Giorno del Ringraziamento. Se stava in piedi non riusciva più a vedersi le gambe, anche se le sentiva; erano due zavorre gonfie e pesanti, che faticavano a reggerla. Il parto fu veloce e indolore, spinse e sentì il bambino scivolare fuori umido e sfuggente, attaccato a lei dal cordone ombelicale, che suo maritò tagliò poco dopo. Quando lo udì finalmente piangere, seppe che era andato tutto bene: si sollevò per poterlo guardare poi, una volta che lo ebbero pulito, se lo ritrovò stretto tra le braccia, un piccolo miracolo della natura, cresciuto dentro di lei e uscito magicamente dal suo corpo. Guardandolo, stralunato e rugoso, pensò che – più che a un cucciolo di tacchino – assomigliava ad una prugna secca e, avvicinandoselo alle labbra, gli schioccò un bacio tra i capelli.

(Stefano Simonini) © riproduzione riservata

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