Poesia

Il cavallo di ferro

cavallo

«Un cavallo di ferro porta ‘o Rre. L’ho visto io, Gennà!»

Una cicala stride, aggrappata alla lamiera che si spegne.

Sferraglia e sbuffa ‘o treno d’o Rre davanti allo sterminator Vesevo.

Contro i vagoni schianto di mosche e api, trenta artiglieri le tengono a distanza.

Il popolo, oh sì, il popolo adora. E solo il popolo conta,

con la sua pancia vuota di zandraglia

e la grassa pelle intrisa di violenza e amore.

Cerca i cavalli l’occhio del plebeo, annusando brace

e intanto gli monta dentro la rivolta, come un fato.

Ufficiali sessanta, fanti trenta: polvere e miccia quanta?

Tanta, tanta. Ce ne vò, p’accidere ‘a guardia d’o Rre!

Sotto la massicciata, la talpa rode e scava.

‘Nu bott: ‘a libertà sta dint’a nu bott!

Ride Bayard, la giacca chiusa fino all’ultimo bottone, come una mummia egizia

che fissa la sua immortalitá dentro una smorfia.

3, 10, 39: ‘a gatta, ‘e fasule, ‘a funa ‘n ganna

terno secco sulla ruota di Portici. Ah, il sogno di stanotte

e i fagioli che gonfiano la pancia, fino a scoppiare, e quella gatta, stesa sui binari

incurante, col pelo irto, pronta a figliare lì, nel sangue

arrotolata come una fune attorno al collo, un cappio, uno scorsoio

mortale. E questo sarà p’o Rre e i suoi scagnozzi,

scheletri in un corpo immiserito da secoli di fame,

miseria proterva e luciferina, in grado di rappresentar la morte.

Ma la gatta spia la talpa, la segue, l’artiglia

ne fa un boccone e l’inghiotte, avida e inconsapevole alleata d’o Rre,

comm’e fasule ca scuppian’ int’a panza, senza miccia.

«Avimma chiagnere ancora, anna chiagnere cchiù e nuje.»

S’agita Ferdinando, il pacifico Giove, freme come il vapore pronto al fischio,

la Real famiglia s’accomoda in carrozza, ignara del rischio.

«Tutt’o vagone te faccio scuppià. Nu Rre bomba adda addeventà.»

Franceschiello piccirillo pazziava penzann a mamma morta.

«Dans la voiture, mesdames et messieurs» invita un gentiluomo

e il treno parte in festa, e ‘o Rre sorride ignaro.

«Iddio conservi il Re per lunga e lunga età» canta un castrato

mentre le rotaie s’infiammano del furore popolare

e la Banda Reale, indifferente all’eco, intona Paisiello.

La gloria dei Borbone risuona in quelle note, belle

della bellezza delle vetuste melodie prerossiniane

ancor più che nel Real Teatro di San Carlo.

Nell’arco meridiano, muove, del golfo, il treno

la massicciata assesta le rotaie: la strada è una, quale il destino?

«Gennà, facimm’ambress, damme nu vase.»

«Cuncè, t’aggio vuluto sempe bene.»

Il re sorride, saluta con la mano, accenna una parola

e il popolo, ah! il popolo di Pulcinella scioscia e magna

senza denti, quella parola, quella mano, quel sorriso.

L’inferno, ecco l’inferno, Maestà, è servito!

Negli occhi di Concetta scocca il lampo, il tuono nelle orecchie di Gennà,

la vita, la morte, stesso campo, ormai nun se pò cchiù pazzià.

Sette chilometri virgola venticinque affronta la Vesuvio,

son tutti pronti all’esplosione della gioia popolare, a Napoli

nove minuti in là, nel futuro che è già storia, di umile plebe

orgogliosa e stracciona, inconsapevole del riscatto imminente

china al potere, al sangue santo, a un Dio già morto.

«Quann scuppia a bomba? Gennà, quann scuppia?»

Se bomba c’era, non fu più che un botto, spentosi in un peto fluorescente

e dunque vive e ancora viva il Re

imperituro, paterno, patente, sul ghigno lascivo di bocche sdentate

e fameliche: vite violente o violentate, il Popolo, il Popolo! ‘O popolo!

Applausi, pernacchi e lacrime accolgono il treno del re,

Ferdinando è commosso, la gente lo ama, ‘o popolo ‘o vvò!

«Curre, curre, Gennà» dice Concetta, scendendo verso il mare.

«Aspietteme, Cuncè, ca tengo ‘affanno. O core sta sbattenno comma cchè!»

Come una bomba scoppia questo cuore. Solo l’amare conta, non l’avere amato,

tornano al Pallonetto di Santa Lucia, correndo e amando:

non all’amore, né al Vesuvio, né al cielo, importa qualcosa di re Ferdinando.

Il tempo è rimandato, il tiranno non durerà, sarà sangue e giustizia

e il treno, fermo, ne scandirà il destino con le parole oblique di una pizia.

(Stefano Bandera e Diego Caiazzo) © riproduzione riservata

Nota: il 3 ottobre 1839, si svolse il viaggio inaugurale della ferrovia Napoli-Portici, la prima strada ferrata costruita in Italia. Era stata progettata dall’ingegner Armando Giuseppe Bayard de Vingtrie e il primo convoglio, di otto vagoni, era trainato da una locomotiva chiamata Vesuvio. Sul treno, oltre al re Ferdinando e alla sua famiglia, si trovavano 48 personalità, una rappresentanza militare costituita da 60 ufficiali, 30 fanti, 30 artiglieri e 60 marinai. Nell’ultima vettura si trovava la banda della guardia reale. Il percorso inaugurale fu compiuto in senso inverso, da Portici e Napoli, e venne coperto in nove minuti e mezzo.

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