Inquieto vivere

Come grani di riso

riso

Una rosa è appoggiata sul tavolino d’acciaio accanto al mio, se allungo una mano riesco a toccarla. Il ragazzo che fa le pulizie del mattino la solleva, la tiene per aria mentre strofina il tavolino con lo straccio, poi la rimette dov’era, come appartenesse a qualcuno che non c’è. Si abbassa, guarda la superficie di metallo in controluce, inclinando la testa, gratta qualcosa con un’unghia, sposta la rosa sulla sedia accanto alla mia, torna verso il bancone.
Oltre l’ampia vetrata d’ingresso, una giornata luminosa: persone che camminano; auto al semaforo che si fermano e si rimettono in marcia; la pensilina affollata di un tram in ritardo.

Guardo la rosa. I pensieri scivolano come grani di riso in una ciotola, o di cous cous: tanta semola, tanta acqua e lasciar riposare perché si gonfi. Con i pensieri non funziona: alcuni restano striminziti, manca il coraggio di lasciarli seccare – o la forza di farli crescere – rinunciarvi è una piccola mutilazione, anche quando non servono.

Prendo un taccuino e una penna dalla borsa che ho in grembo, li appoggio sul tavolo. Appendo la borsa allo schienale della sedia accanto. Guardo ancora la rosa. Allungo una mano, tocco la corolla, ha la consistenza della pelle. Gioco con le sovrapposizioni dei petali, passo un dito sulle piccole spine addomesticate delle rose di serra.

Una volta mi hanno regalato un libro. Aveva una rosa nel titolo. Era di un poeta maghrebino che non riuscirò più a ricordare. È tutto ciò che di quel libro è rimasto in memoria.
Ricordo altro.

Ricordo che sono sul treno e guardo dal finestrino, a destra e sinistra. È notte, piove. Lui non arriva. Un amico mi aiuta a portare i bagagli nello scompartimento e si prende gioco di me. E di lui che non c’è ancora. Animale perfido la gelosia.
Manca poco alla partenza e lo vedo: accaldato, stropicciato, i capelli lucidi di pioggia. Si avvicina al finestrino, alza un braccio, mi porge qualcosa.

«Questo è per te. Non ho fatto in tempo a fare un pacchetto.»

Mi porge il libro. Guardo il titolo, guardo lui, di nuovo il libro, di nuovo lui. Si precipita verso gli scalini, in pochi attimi mi è accanto.

«Ho fatto tardi mi dispiace, non sapevo dove parcheggiare.»
«Non importa». È tutto ciò che riesco a dire. «Grazie del libro.»

Mi guarda, poggia lieve le mani sulle mie spalle, poi le rimette in tasca. Il movimento dei suoi occhi disegna il mio viso più volte. M’imbarazza. Abbasso lo sguardo. Torno sul suo viso. Parlo per prima.

«Vai, ora, il treno sta per partire.»

Resta fermo. Un’immobilità carica di movimento inespresso.

«Ci chiamiamo» mi dice.
«Sì» gli dico.

Di nuovo al finestrino. Il suo sguardo in su, verso di me, come farebbe un piccolo uccello nel nido, in attesa di essere nutrito. Un piccolo uccello in trench bagnato, scarponcini grigi e mani in tasca. Passa una mano sulla fronte, come per asciugare qualche goccia di pioggia che non c’è. Vedo le sue parole far tappo contro i denti. Muovo le labbra, piano, senza senso, sperando le parole seguano, mordo il labbro inferiore.
Il libro in mano. Il suo sguardo verso me.
Non ricordo di aver visto andar via l’amico che mi ha aiutata con i bagagli.

«Cosa le porto?»
«Un spremuta d’arancia, grazie.»
«Vuole del ghiaccio?»
«Sì, con ghiaccio.»

La nostra storia d’amore è stata tutta lì, sulla banchina di un treno. Lui a guardarmi senza parlare e io a guardarlo senza parlare. Un’onda incerta di vita a separarci e un libro di poesia. Che ho perso. E non posso ritrovare. Perché alcune cose si perdono anche se sono importanti. Ricordo poco altro. La memoria pensa sia giusto così.

Musica jazz in sottofondo. La rosa non è più sulla sedia. La spremuta ha troppe pellicine.

(Paola Giannelli) ©Riproduzione riservata

Immagine: archivio fotografico Getty Images

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