Segni

Tutta l’estate in 36 fotografie

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Ieri, facendo ordine in cantina, ho trovato uno di quei barattolini neri, cilindrici, che una volta servivano a contenere i rullini fotografici. Credo sia dei primi anni settanta. Ora, dentro, ci sono dei chiodi. Quello che ho trovato ha anche il tappo nero, ma altri avevano il tappo grigio e ce n’erano anche di “speculari”, cioè grigi con il tappo nero. Erano scuri perché le pellicole fotografiche erano oggetti delicati, aristocratici, da conservare al buio, per evitare che subissero l’oltraggio della luce e del sole.

Mettere una pellicola nella macchina fotografica era un gesto che richiedeva attenzione e perizia: solitamente lo si faceva al chiuso e, se si era all’aperto, si cercava un luogo il più possibile ombreggiato. Si apriva il guscio della macchina, si toglieva il rullino dalla confezione e poi si facevano combaciare i piccoli fori della parte iniziale della pellicola con i dentelli del cilindro di avvolgimento della macchina. Infine, si azionava la levetta di carica per due o tre volte, in modo che la pellicola rimanesse bloccata e ben tesa davanti all’obiettivo. Guardare un adulto (solitamente un maschio: il papà, o uno zio) che metteva un rullino nella macchina era come assistere a una piccola funzione religiosa. E non scherzo, perché era una cosa che si faceva in silenzio e a cui si assisteva senza aprire bocca, per paura che qualcosa andasse storto: le uniche parole che sfuggivano, nel caso, erano timide imprecazioni sottovoce, lanciate con cautela da chi stava facendo il lavoro, timoroso di offendere il dio che presiedeva al cambio dei rullini.

Era un’epoca in cui non esistevano i selfie. Se si voleva un ritratto – da soli, in coppia o in gruppo – si chiedeva a qualcuno di farci una fotografia con la nostra macchina. Si scattava con cura e parsimonia. Si inquadrava bene prima di premere il pulsante, si aspettava la luce giusta, il momento migliore, la posa, la situazione, perché non potevi schiacciare un bottone e scegliere l’opzione “cancella”. Fino a quando non le avevi sviluppate, non sapevi com’erano venute, le tue fotografie e a volte l’attesa era snervante: non esistevano i laboratori che sviluppavano in sei ore (a volte anche meno), quasi sempre ci volevano giorni.

Le stampe su carta Kodak avevano una cornice bianca, come piccoli quadri preziosi, su un lato della quale erano stampati mese e anno dello sviluppo. I colori erano così vividi e puliti da essere perfetti anche oggi. Sono i colori di un’epoca (la fine dei sessanta, l’inizio dei settanta) che riusciva a essere pop ed elegante nello stesso tempo. Perché c’era la certezza che tutto doveva ancora accadere, e ogni fotografia stava cogliendo lo sbocciare di quel tutto. In un rullino solo. Tutta l’estate racchiusa in trentasei fotografie. E noi là fuori, a viverla.

(Stefano Bandera) © riproduzione riservata

 

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