teatro

Non so esattamente come sia successo.
Era sera, ero a letto, e rimuginavo, cercando spiegazioni per un comportamento sgradevole nei miei confronti. È quello che facciamo spesso, illudendoci che analizzando una situazione senza tralasciare nessun particolare, finiremo per capire una persona.
Niente di più sbagliato. Le ragioni che muovono un individuo possono riempire un’enciclopedia: ipotizzarne una o un’altra, porta a conclusioni completamente diverse, e a tanta confusione in più. Oltre una certa soglia, ulteriori riflessioni sono uno spreco di neuroni.

Rimuginavo nel letto, dicevo, e – pensando per associazione di idee alle persone che hanno segnato, in bene e in male, la mia vita – ho immaginato un palcoscenico.
Niente di grandioso, qualcosa di simile alle tavole di legno che si vedono nelle ricostruzioni del teatro shakespeariano. Un abbozzo di quinte, panche scomode in platea, luci fioche ad illuminare un palco basso. Tutto lì, un posto alla buona: un po’ teatro d’oratorio, un po’ dopolavoro ferroviario.

Nelle prime file amici e conoscenti, nelle file seguenti visi sconosciuti e attenti. Una per una, sfilavano le persone della mia vita.
Dopo le prime due, frutto di immaginazione spontanea, ho seguito il pensiero e fatto attenzione che sfilassero tutte quelle che ritenevo importanti.
Ho pescato nell’infanzia e negli anni della scuola, tra i primi amori e le amicizie che chissà che fine hanno fatto, poi un collega dalla bontà ruvida e una persona con cui ho trascorso un’estate, un’altra che non sento da molti anni, ma a cui penso ancora. Ogni persona con una propria camminata, un modo diverso di affrontare quel pubblico improvvisato.

Mi sorprendevano le reazioni, diverse da quelle che – ragionandoci su – avrei immaginato: persone che credevo sicure si affacciavano sul palcoscenico con timidezza, altre erano divertite da quella passerella;  c’era chi manifestava nervosismo, chi esibiva un ampio e sincero sorriso o mostrava tranquillità, affetto o vergogna. Alcuni avevano le spalle curve e le mani in tasca oppure la postura dritta e il fare disinvolto. In quella piccola sfilata, nessuno aveva la possibilità di dire una parola d’affetto o discolpa.

Il pubblico reagiva con fischi, risate affettuose o di derisione, applausi e qualche sonoro buh. Uno di quei buh era proprio per una delle persone su cui non sapevo decidermi. Su una, in particolare, è sceso un silenzio aggressivo, carico di risentimento.

E allora? Significa che lo sappiamo.

Sappiamo sempre se qualcuno fa bene o male alla nostra vita, solo che nella smania di essere comprensivi e razionali, di dare seconde, terze e quarte possibilità, dimentichiamo di guardare le persone per quelle che sono. Per esserne sicuri abbiamo bisogno di un escamotage casuale, come immaginarle attori della nostra vita: sarà un luogo comune ma, credetemi, come esercizio funziona e in maniera sorprendente; permette di separare – senza esitazioni – chi dobbiamo tenere alla larga, dallo spettacolo di chi ci ama.

Come un’ecologia dell’anima. Ogni tanto si può, si deve.

(Paola Giannelli) © riproduzione riservata

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