Racconti

Merengue

MERENGUE

Dall’ultima volta che ho ballato un merengue sono passati quarantacinque chili. In più. Per perderli ci ho messo nove anni. Anni di sofferenze, diete, privazioni, clausura e feticismo del piede soddisfatto solamente dagli alluci di Uma Thurman, ingigantiti a settantadue pollici sul maxischermo del soggiorno. E adesso sono qui, al Tropico latino, come se invece di quarantaquattro anni ne avessi trentacinque, fumassi un pacchetto di sigarette al giorno, facessi un chilometro di corsa ogni mattina (qualche volta solo novecento metri) e l’urologo non mi avesse appena detto che ho un tumore alla prostata. Benigno.

La prima cosa che penso quando entro al Tropico è, come cazzo faceva a piacermi la musica latina? Come facevo a ballare la salsa, il reggaeton e la bachata? Nove anni fa, avrei fatto un gran discorso su Cesaria Evora, i piedi nudi e il marinaio capoverdiano. Ma pesavo centodieci chili e costruivo teorie illusorie e tristi sperando di tirar su una manciata di gnocca. E ci riuscivo, questo è l’incredibile. Ogni sera una ragazza diversa: piccole, alte, magre, in carne, carine o decisamente brutte. Cosa ci fosse in tutto quel grasso che attirava irresistibilmente le ragazze non l’ho mai saputo. Solo che poi non riuscivo a farci nulla. Il grasso e il fumo non fanno bene al sesso. L’alcol neppure, almeno per noi uomini. Così ho deciso che dovevo dimagrire. Tanto. Subito. Ma subito non si può, quando vuoi tanto. Subito, sono nove anni.

Al guardaroba non c’è più la solita ragazza, adesso c’è una donna di mezza età, un po’ grassa, visibilmente stanca, la fronte sudata nonostante il ventilatore acceso. Entro e vado verso il bar. Mi osservo nello specchio dietro il banco: sembro più giovane di nove anni fa. Mi guardo attorno. Nessuno che conosca. Ordino un gin tonic e penso che potrei invitare la ragazza bionda seduta sullo sgabello a due metri da me. Potrei, ma prima vado in bagno e mando giù una pillola. Quando torno la ragazza non c’è più. Ne cerco un’altra, ma vedo solo donne di mezza età. Mi appoggio alla parete e guardo la pista. Suonano un merengue. Una donna si avvicina.

«Balli?»

Sì, balliamo. Sono qui per questo. Voglio vedere se sono ancora capace. Andiamo in mezzo alla pista. Sento le gambe che si muovono da sole, il bacino che ondeggia a destra e sinistra come se facessi quell’esercizio ogni giorno, le ginocchia che molleggiano senza nessuno sforzo. Sorrido. Così, senza un motivo. Anche la donna mi sorride. La guardo meglio e i suoi occhi, sotto la luce della stroboscopica, mi raccontano una storia. Anche se non so quale. Quale? Quando la musica termina torno al banco del bar. Dentro lo specchio vedo un uomo bolso, dagli occhi spenti, le guance gonfie, con i capelli radi. È l’altro me, quello che sarei stato se nove anni fa non avessi deciso di perdere quarantacinque chili. Chiudo gli occhi. Li riapro e rivedo il me di oggi. Una ragazza mi dice qualcosa all’orecchio. È la bionda che avevo intravisto appena dopo essere entrato nel locale. Si siede sullo sgabello accanto al mio. Mi mette una mano sul ginocchio, sale lungo la coscia, verso l’inguine. Ho un’erezione. Lei non se ne accorge. O se ne accorge, ma fa finta di niente. La prendo per la mano e la trascino via.

«Cosa fai?»

Non rispondo. La porto verso il bagno. Davanti alla porta mi fermo. La guardo.

«Scopiamo?» dice.

Sì, scopiamo, sono qui per questo. Voglio vedere se sono ancora capace.

In strada chiedo una sigaretta. Sono a piedi scalzi perché mi sono appena vomitato il gin tonic sulle scarpe. Non ricordo dove ho messo la macchina. Mi appoggio al muro e scivolo con la schiena contro la parete. Quando sono seduto, mi accorgo di aver messo i calzini a rovescio.

(Stefano Bandera) © riproduzione riservata

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