poke

L’incubo è iniziato con il lancio sul mercato. Essere protagonisti di un gioco senza sapere dove si sarà catapultati, credetemi, non è divertente. In genere si tratta di luoghi conosciuti e trafficati, ma vale anche per le zone più remote del globo: se un po’ di persone scaricano l’app, veniamo sparati praticamente ovunque. Se poi un utente è pigro o non particolarmente propenso agli inseguimenti, viene invogliato: quando riaccede al gioco si trova circondato da Pokemon come se fosse in corso un’invasione aliena. Può trovarne vicino al frigorifero, nelle stanza da letto, sul cruscotto dell’auto e persino sulla testa della cassiera, al supermercato.
Ma andiamo con ordine, vi racconto esattamente com’è andata.

Un giorno, l’altoparlante della nostra sala ricreazione ha iniziato a gracchiare e una voce stentorea ha annunciato: «Oggi è un giorno importante per la famiglia dei Pokemon: è l’alba di una nuova era di energia e progresso. Non sarete più sbattuti sui tavoli, sulle panchine, sul parquet sotto forma di carte; non ci saranno più bambini a torturarvi, strapparvi, perdervi, lanciarvi contro il muro perché i compagni di gioco hanno barato. L’inferno dei Pokemon è finito e il futuro è alle porte: d’ora in poi, i vostri confini saranno i confini del mondo».

In realtà, non era un discorso molto chiaro, eppure un lungo brusio, seguito da grida e applausi, ha invaso la sala. Per un paio di minuti non si è capito più niente e, mentre molti si immaginavano già in crociera a sorseggiare cocktail più grandi di loro, uno di noi si è vaporizzato, poi un altro, poi un altro ancora e tutti si sono zittiti.
Dopo pochi istanti, sui monitor appesi alle pareti, sono apparsi i nostri amici vaporizzati: chi sulla Torre di Pisa, chi all’ingresso del Taj Mahal, chi sulla fiaccola di Miss Liberty, mentre mandrie di adulti e ragazzini invasati provavano a prenderli.

Quindi, questo oggi è il nostro nuovo mestiere: essere catturati e addestrati per affrontare altri Pokemon. Ci sono sale d’attesa lunghe quanto la muraglia cinese in cui aspettiamo il nostro turno cercando d’ingannare il tempo dell’attesa. Si chiacchiera, ci si fa un’idea di chi sia un Pokemon raro. Loro fanno una vita strana: sono pochissimi e molto ricercati, aspettano a lungo, ma quando vengono sparati devono correre come pazzi. Uno di loro, Vaporeon, l’altra sera ha messo a soqquadro Central Park: tutti a cercare di catturarlo, si sono creati ingorghi stradali nelle vie adiacenti, alcuni lasciavano l’auto con il motore acceso per la fretta, i giocatori arrivavano da ogni parte della città. Al suo posto me la sarei fatta sotto per la strizza.

Ma la cosa peggiore della nuova vita, mentre rischiamo l’osso del collo catapultati nei posti più insospettati del pianeta, sono le chiacchiere che ci accompagnano.
Sono dappertutto: social, giornali, blog. Tutti a dire: «Ma che scemi ‘sti Pokemon e che idioti, e che giocatori dementi, ma fatevi una vita, una pippa, una canna. Tutti ‘sti qua, coi cellulari in mano, hi hi proprio dei fessi».
Eh sì, facile dare degli idioti agli altri, giusto? Perché loro no, quando bigiavano scuola per infilarsi in qualche buia sala giochi, con gestori che sarebbero stati perfetti personaggi di Scarface, affrontavano, al contrario, dei serissimi percorsi culturali.
E il primo video gioco, il tennis, vogliamo parlarne? Tutti imbambolati a seguire un cursore che prendeva a sberle una pallina. Niente altro, per ore, tic, tuc, tic, tuc, svaccati sul divano. E Space Invaders? Snake? Erano meglio?

E se, al contrario di quanto si dice, di notte non foste svegli nel sogno di un altro, ma nel videogioco di un altro? Qualcuno che vi punta, vi segue, vi cattura e indottrina, vi mette gli uni contro gli altri e si diverte a guardarvi. È questo che vi disturba? Credete davvero che questo meccanismo non vi riguardi? Umani sciocchini, noi pixelati queste cose le sappiamo da sempre.

Bene, si è fatta una certa, vado. il Kilimagiaro mi attende.

(Paola Giannelli) ® riproduzione riservata

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