Inquieto vivere

La morte non sa leggere

morte

La morte non sa leggere, si dice, ma sa contare. O meglio, sa che l’uomo riconosce, immediatamente, solo insiemi di quattro unità al massimo (1), dal cinque in poi si entra nella categoria dei molti, dell’incerto, dell’indefinito. Nei morti singoli ci riconosciamo, ci rispecchiamo ancora. Delle morti numerose fatichiamo spesso ad annullare la distanza: diventano statistica, come disse Stalin.

La morte lo sa. Inconsciamente lo sappiamo anche noi. La contabilità della morte ha questo di ambiguo: spaventa ma, al tempo stesso, anestetizza. Annichila noi ma anche la morte stessa, riducendola a zero, trasportandola in una dimensione da cui fatica raggiungerci e toccarci.

La conta – 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9 … – come sanno i bambini, è straniante, ipnotica, una trappola: alla fine si riduce a gioco. Per non cadere nel tranello della morte, dobbiamo abituarci a contare in altro modo: 1, 1, 1, 1, 1 … Tu, tu, tu, tu, tu …

(1) Lo dimostrano studi di matematici e antropologi. Scrive Georges Hifrah, matematico e storico di numeri: «A partire da cinque tutto si appanna: son cinque o sei i gradini di quella scala, quattordici o quindici le barre di quella griglia? La progressione dei numeri, arrivata a quattro, segna una battuta d’arresto. Quando i numeri vengono rappresentati con segni simili, è giocoforza fermarsi a IIII, quattro, poiché nessuno è capace di leggere a colpo d’occhio una successione di cinque tratti, IIIII, sei, IIIIII, o sette, IIIIIII, e più. Oltre il quattro, i numeri restano nozioni globali assai confuse, indicanti essenzialmente la pluralità materiale». (Storia universale dei numeri)

(Stefano Bandera) © riproduzione riservata

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