Racconti

L’Afganistan

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Non gli piaceva niente di quel piccolo paese dove erano andati a vivere, a casa dei nonni, dopo che il padre li aveva abbandonati. Quando si svegliava, in quel silenzio d’estate che faceva pensare che là fuori non ci fosse niente, restava rannicchiato nel letto, a cercare di ricordare i giorni felici. Ritrovava le immagini della vita che gli era stata portata via, le strade affollate della città dove era nato, con la gente che si svegliava presto al mattino, e sembrava non volesse mai andare a dormire. Adesso, invece, in quel villaggio senza tempo, c’erano solo gli sporadici rumori delle poche auto e dei motorini, che scivolano leggeri nella polvere; e le chiacchiere attutite che si rincorrevano da una porta all’altra – c’era sempre qualche segreto da conservare – in un dialetto incomprensibile, che, alle sue orecchie di bambino, sembrava la lingua di un altro mondo. Dopo l’abbandono, sua madre si era spenta, e aveva deciso di vivere – apatica e in esilio – nell’ombra della casa di quei nonni silenziosi e sempre seri, che non perdevano mai l’occasione di accusarla per la fine del matrimonio.

Quel mattino di luglio, l’afa entrava dalle persiane e si depositava umida sulla pelle. «Si muore dal caldo come all’Afganistan» aveva detto, la sera prima, la vecchina magra magra che abitava di fronte a loro.  Lui si alzò dal letto e, cercando di non farsi sentire, scivolò fuori dalla porta, inforcò la bicicletta che aveva lasciato appoggiata al muro del cortile, e pedalò veloce verso la campagna, a vedere l’acqua. Si sedette sulla riva del fiume, lo sguardo lontano e pensieroso di chi aveva dovuto crescere troppo in fretta e doveva già fare grandi scelte per il proprio futuro: lasciare scorrere i giorni e attendere trepidante la scuola, le nuove amicizie, che lo avrebbero svegliato da quell’apatia. I giorni roventi sarebbero stati inghiottiti da un inverno freddo che avrebbe chiuso tutte le porte delle case, e acceso i camini polverosi. Gli ritornò in mente l’Afganistan, e pensò se faceva così freddo anche là.

Quel giorno decise che, appena cresciuto, sarebbe scappato via da quel silenzio immenso e si sarebbe tuffato dentro il mondo; si sarebbe immerso nei rumori e nella confusione di paesi grandissimi, quelli che vedeva tutti i giorni alla televisione: si sarebbe svegliato nel rumore del traffico e tra le grida della gente, dentro a odori inebrianti e immondi, e avrebbe mangiato tutti i cibi che gli uomini avevano inventato, camminato per strade grandi dove c’era da vedere la vita. E che, se anche là c’era tutto quel caldo e tutto quel freddo, di certo non sarebbe mai andato a vedere l’Afganistan.

(Stefano Simonini) © riproduzione riservata

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