matrimonio

Gli sposi uscirono dal portone dalla chiesa e gli invitati cominciarono a sparare. Non mortaretti: colpi di rivoltella, fucile a canne mozze, mortaio. Don Carmine, che si stava cambiando i paramenti, fu sfiorato da un proiettile.

«Calibro nove» disse il chierichetto.

«Corto» aggiunse il parroco.

Fuori, il padre della sposa costruì una barricata.

«Aiutami» disse a suo fratello. Ribaltarono una macchina e si misero dietro lo chassis.

Uno dei testimoni, con le mani schiacciate sulla pancia, procedeva barcollando, mezzo piegato, verso l’ingresso della Pasticceria. Per arrivarci, dovette attraversare tutta la piazza. Ci riuscì, nonostante le budella gli pendessero davanti, come un grembiule da cucina. Entrò e vomitò sul vassoio dei cannoli, poi sparò una bestemmia all’indirizzo della sposa e morì. I parenti dello sposo, intanto, erano saliti sui terrazzi di un paio di case circostanti e sparavano da là, prendendo la mira con cura, usando un paio di mitragliatrici a nastro e anche qualche bomba a mano, di quelle ad ananas, con la sicura ad anello.

«Nella buona e nella cattiva sorte» disse un cugino, infilando un anello di sicurezza al dito di sua suocera. La donna rise, prese la bomba e la lanciò in piazza, dove esplose su un’aiola di gerani. Morirono quattro piccioni e un numero imprecisato di insetti e lombrichi. Anche un paio di lucertole.

I parenti della sposa si erano ammassati dietro la fontana e sotto il portico. Sparavano a casaccio. Non avevano armi pesanti, a parte qualche razzo antiaereo, ma non volevano sprecarli in tiri inutili. Arrivò il gruppo del catering. Indifferente al tiro incrociato, si mise a montare tavoli a cavalletto sul sagrato della chiesa. Le tovaglie erano di un bianco ghiacciato e riflettevano la luce del sole, abbagliando uomini e donne sui due fronti.

Portarono mazzancolle, tagliate di manzo, aragoste, cannoli, babà, pesci in maionese, insalate di pomodoro, polpi in umido, zuppe di pesce, triglie arrosto, branzini al sale, galline faraone, un maialino arrostito intero, carne cruda alla piemontese e altro ancora, che risultò del tutto indistinguibile quando fu coperto dalle frattaglie di un paio di camerieri, esplosi dopo essere stati colpiti da una granata di mortaio. Anche le bistecche ben cotte divennero al sangue.

La sposa prese da sotto il vestito un coltello da cucina lungo trenta centimetri. «Finché morte ci separi» disse, e lo piantò nel collo del marito. Siccome la lama era lunga, con la punta che uscì dall’altra parte infilzò una zia novantenne, acquisita. Non la uccise ma riuscì a cavarle un occhio.

Dal balconcino su cui dava il suo ufficio, il maresciallo Baldi, da trent’anni nell’Arma, osservava stando zitto, mentre l’appuntato Scogli aggiornava la contabilità dei trapassati.

«Siamo sette a quattro per i parenti della sposa» disse facendo girare il segnapunti.

«Otto, Scogli, otto… hanno steso anche zia Clementina» lo corresse Baldi, sbuffando fumo di pipa in una nube di pesante azzurro opaco.

A un tratto, dal campanile si udì un tocco. Poi un suono di campane a festa. Le porte della chiesa si spalancarono e uscì la processione del patrono. Subito le armi fecero silenzio. Da una parte e dall’altra fiorirono segni della croce, baci indirizzati alla statua di San Giacomo, segni di devozione. Inginocchiato, in segno di rispetto, davanti all’effige dell’apostolo che gli passava innanzi, Nestore Arti, detto “misericordia”, tolse di tasca un candelotto di dinamite e, quando la processione si fu allontanata, lo fece scivolare sotto l’automobile di Don Fefè, il padre della sposa. Fu un’esplosione rispettosa e accurata, il cui boato si mescolò a quello dei fuochi artificiali, che intanto coloravano il cielo del paese. Don Fefè si salvò, ma morì suo fratello, colpito in pieno volto dalla statuetta di Padre Pio che si trovava sul cruscotto della macchina.

Don Fefè interpretò la cosa come un segno avverso. Intuì che le sorti della battaglia volgevano al peggio, anche se ancora si trovavano in vantaggio. Decise di giocare il tutto per tutto. Uscì da dietro la macchina e si fece largo tra le file nemiche a colpi di mitraglietta. Riuscì a stendere una dozzina di invitati, alcuni anche suoi parenti, prima di cadere steso da una coltellata alla schiena infertagli dalla consuocera, anzi, per meglio dire, ex consuocera. La sposa si gettò sulla salma del padre. Tornò l’effige del santo. Era l’ora della Messa Solenne. Il sagrato si riempì di fedeli, indifferenti alla carneficina.

«Scogli» disse Baldi «prenda due uomini e veda di far cessare gli schiamazzi. Stasera ho gente a cena e non voglio disturbo.»

«Vado, maresciallo.»

«E mentre torna indietro, prenda un paio di quelle aragoste, è un peccato doverle buttar via.»

(Stefano Bandera) © riproduzione riservata

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