Racconti

Trenta centimetri d’acqua di mare

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Quella fu l’ultima estate, con Carlo, suo padre nella villetta di porto Angelo. Lui morì a dicembre. Era vecchissimo e molto malato, ma forte e invincibile, almeno così pensava Marta, che lo aveva visto attraversare tempeste e rimanere sempre in piedi, come quel pupazzo-giocattolo della sua infanzia.

Non morirà mai, pensava Marta, lui è l’uomo del mare.

Non deve sapere quanto sono stanco, pensava Carlo.

Come due titani, giocavano a nascondino per amore. Carlo amava la villetta al mare: l’aveva costruita per la famiglia e intorno a quella casa giravano figli, nipoti, amici. Una casa allegra fino a pochi anni prima. Adesso era vuota e Carlo non nuotava più. L’uomo forte e robusto si era rimpicciolito e il mare era diventato troppo grande per lui. Marta sorrise guardando Giovanni, il suo compagno, che parlava con suo padre. Sembravano complici, e questo le piaceva, ma lo sguardo di Marta era tutto per Carlo. Un Edipo mai risolto, a detta dei suoi amici; solo poco amore per il suo compagno, come ben sapeva lei. Ma Giovanni non sapeva parlare alle donne, e nemmeno le capiva, però sapeva ascoltare gli anziani. Aveva per loro un rispetto antico e una curiosità sincera. Invecchia, ecco perché ci sa fare con i vecchi, pensava, acida, Marta, del suo così poco amato compagno, anche se gli era grata per tutto quello che faceva per il padre.

«Marta, facciamo il bagno insieme?» le chiese quella mattina, a sorpresa, il padre.

«Non dalla scogliera, papà, andiamo alla spiaggetta!»

Marta non si accorse che, per proteggerlo, lo stava umiliando. Carlo era stato un abile nuotatore e conosceva ogni insidia delle acque di porto Angelo. Ora comanda lei, pensò con disappunto il padre, ma sorrise alla figlia e disse: «Va bene, è colpa mia, ti ho viziata e ora obbedisco!»

Così i ruoli furono abilmente e velocemente ristabiliti.

«Giovanni mi accompagni? Portiamo papà al mare.»

Lui sorrise e assentì, compiaciuto. Carlo prese le pinne, la maschera, il respiratore. Partirono. Carlo barcollava, Giovanni lo sorreggeva e Marta si preoccupava. Percorsero in venti minuti i cento metri che li separavano dalla spiaggia. Poi furono lì. C’era bassa marea, l’acqua era calma e rassicurante. Carlo cominciò la “vestizione”. Quel rituale che aveva ripetuto tante volte in mare aperto, ora lo compì sulla sabbia: indossò le pinne, la maschera, il boccaglio e avanzò vacillando verso il mare, con Marta e Giovanni al suo fianco. Quando l’acqua arrivò alle ginocchia, Carlo si accovacciò sulla sabbia e sorrise soddisfatto. Poi si stese, mise la testa sott’acqua, cominciò a respirare dal boccaglio e iniziò a nuotare, ma le pinne affondavano nella sabbia e la bracciata si bloccava sul fondale troppo basso. Marta guardò Giovanni con la faccia confusa dal dolore e lui la consolò.

«Va bene così, sta nuotando» le disse.

Improvvisamente Carlo perse il senso dell’orientamento, si capovolse e cominciò a bere. Giovanni lo sollevò, gli tolse il boccaglio, lo fece respirare e lo salvò. L’uomo del mare, che pescava i polpi con le mani e faceva lunghe immersioni per prendere i ricci, stava annegando in trenta centimetri d’acqua. Carlo si tolse la maschera e con rabbia la lanciò sulla sabbia. Inciampò più volte prima di riuscire a togliersi le pinne. Quando finalmente si rimise in piedi, guardò furioso il mare e gli voltò le spalle, offeso. Poi si girò e con odio, a bassa voce, quasi bisbigliando disse: «Il mare non è più amico mio!»

Si congedò così, dal mare e dalla vita. Giovanni lo accompagnò a casa, Marta li lasciò andare avanti. Rimase sola. Si avviò verso la caletta dove il padre le aveva insegnato a nuotare, si tuffò e nuotò. Quando il fiato diventò corto, mise la testa fuori dall’acqua e guardò il mare a lungo, per farci pace. Nessuno è per sempre l’uomo del mare, pensò.

Lentamente nuotò verso casa.

(Emira Ayroldi) © riproduzione riservata

 

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