Segni

Il primo ritratto di luce

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Il nome di Robert Cornelius dirà poco, o nulla, a quasi tutti voi. Anch’io l’ho scoperto da poco, e per caso, facendo, su Google, tutt’altra ricerca. Cornelius è l’uomo che vedete qui sopra, ritratto quando aveva più o meno sessant’anni, nel 1870 circa. Un uomo affascinante, malgrado l’età, come sono affascinanti il suo nome e il motivo per cui è passato alla storia (almeno quella della fotografia). Cornelius è il primo uomo che sia mai riuscito a scattarsi un autoritratto fotografico. Accadde nel 1839, in un giorno di ottobre (o novembre), a Philadelphia. Cornelius, di origini olandesi (sarebbe facile il gioco Olanda-Spinoza-lenti-fotocamera) aveva trent’anni (era nato nel 1809) e lavorava nella ditta di famiglia, che produceva lampade a gas. Nel cortile sul retro dell’azienda, aveva un apparecchio fotografico che usava per fare esperimenti. Una mattina intuì che la luce era quella giusta. Posizionò la macchina, calcolò dove avrebbe dovuto mettersi (e in che posizione) per garantire la riuscita della foto, sistemò un grosso orologio alla sua destra, dietro l’apparecchio fotografico, (e questo è il motivo per cui guarda fuori campo), tolse il tappo che copriva l’obiettivo e si mise davanti alla fotocamera. Restò lì, pazientemente, per alcuni minuti (le stime sono variabili, secondo la Library of Congress furono da 3 a 15, altri dicono meno) e, alla fine, ottenne il ritratto che vedete qui sotto.

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Quando l’ho visto per la prima volta ho pensato fosse un falso, uno scherzo. È di una tale modernità che non pare scattato nel 1839: il soggetto non è centrale, ma leggermente spostato su un lato, l’acconciatura e la giacca sembrano quelli di un comunardo, di uno scrittore della beat generation, di un ragazzo del maggio francese, ma è soprattutto lo sguardo a catturare – ad affascinare – quello sguardo laterale che, anche senza esserlo, sembra puntato, interrogativamente, su chi guarda. Mi è tornata in mente la celebre frase di Rimbaud – «bisogna essere assolutamente moderni» – e ho pensato che Cornelius lo è stato: moderno, inattuale, capace di vedere più in là, come lascia capire il suo sguardo. Ma il cortocircuito non è finito lì, ho ricordato – era inevitabile, credo – anche questa foto di Rimbaud, scattata da Étienne Carjat nel 1871.

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Escludo che Carjat conoscesse la foto di Cornelius (che aveva abbandonato il mestiere di fotografo nei primi anni quaranta del’800 e i cui dagherrotipi tornarono alla luce solo dopo il 1975), ma le due immagini, soprattutto nello sguardo, sono sovrapponibili. Anzi, l’autoritratto di Cornelius, con gli occhi rivolti da una parte e il viso dall’altra, è ancora più moderno del “semplice” ritratto di Rimbaud. Dietro il dagherrotipo di Cornelius c’è una frase autografa: The first light Picture ever taken. 1839 (Il primo ritratto di luce di tutti i tempi. 1839). Perché le fotografie non sono altro: ritratti di luce. Ma dietro quel dagherrotipo, la piccola frase scritta da Cornelius assume significati imprevedibili: la luce non è solo quella che imprime l’immagine sulla lastra, ma anche quella che appare negli occhi dell’autore, una luce che si riverbera sul tempo come un messaggio non ancora decifrato, un vaticinio, una profezia. Di quale profezia si tratti, non lo so. Ma faccio un’ultima osservazione: questa immagine è stata definita il primo selfie della storia. Ovviamente non è così. Il selfie è un’immagine scattata con uno scopo ben preciso: dire dove siamo, con chi siamo, come siamo. Un selfie che non sia reso pubblico, che non sia contemporaneo, non ha ragione d’essere. L’autoscatto di Cornelius – il primo ritratto di luce di tutti i tempi – dice invece chi dobbiamo essere: ritratti di luce, assolutamente moderni.

(Stefano Bandera) © riproduzione riservata

 

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