Inquieto vivere

La notte che incontrai Dario Fo

fo

Dario Fo l’ho incontrato una sola volta. In sogno. Una notte, una quindicina d’anni fa, sognai di essere suo allievo alla scuola di teatro. Su un palco spoglio c’eravamo lui e una decina di ragazzi, tutti vestiti di nero, con la maglia a girocollo: esistenzialisti un po’ in ritardo, forse, o magari in anticipo. A un tratto, Dario disse che avremmo fatto un gioco: avremmo “imitato” i cognomi dei nostri compagni di corso.

«Comincio io, per farvi capire» disse, e prese a trottare vanti e indietro sul palco fingendo di tenere tra le mani l’asta di una bandiera che faceva sventolare con foga. Ovviamente stava “imitando” il mio cognome. E la cosa lo divertiva molto, rideva a crepapelle e risero di gusto anche i miei compagni.

Allora dissi: «Tocca a me». Mi accucciai per terra, come se fossi seduto su una turca, e finsi di cominciare a spingere. Nessuno capiva. Dario chiese: «Ma che cognome è?»

E io: «Fo, perché la fo!»

Ricordo che si arrabbiò molto. Per fortuna era solo un sogno. Buffo, però, e di certo, come tutti i sogni, con dentro un mistero.

(Stefano Bandera) © riproduzione riservata

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