Storie e persone

Il miracolo del ponte sullo stretto

ponte

In una dolce e tiepida mattina del tardo autunno 2016, il Presidente del Consiglio si presentò davanti ai suoi ministri, riuniti d’urgenza, e disse: «Vado a inaugurare il ponte sullo stretto».

Il ponte sullo stretto? Pensarono tutti, trattenendo a stento un mormorio e mostrando sulla faccia la medesima espressione di stupita meraviglia. Solo la ministrina con la penna azzurra, dall’alto dei suoi boccoli botticelliani, mostrò un aperto sorriso: fra tutti, era l’unica a sapere.

Comunque fosse, l’intero gaudioso ministerio fu trasferito all’aeroporto in quattro e quattro otto e partì alla volta “dell’isola non più isola”, del nuovo continente, della terra promessa ormai raggiunta.

Sull’aereo si parlò del miracolo. Del fatto che alle parole fossero seguiti, immediatamente, i fatti. Del gesto teatrale del Premier, che aveva nascosto a tutti l’esecuzione dei lavori («Ma come avrà fatto?», «È un genio.», «Io me l’aspettavo.») per arrivare a presentare l’opera ormai compiuta, realizzata, completa, lucida e brillante come un coltello posto a tagliare il mare per trasformarlo in una propaggine del Bel Paese dove il Sì suona (e che bel suono aveva, quel Sì, nelle orecchie del Primo Ministro). Solo la ministrina con la penna azzurra osservava e sorrideva, ascoltava e sorrideva, sorrideva e sorrideva, vestale di un culto che ben presto avrebbe raggiunto il proprio apice. Il Premier, intanto, elargiva strette di mano e pacche sulle spalle, ripeteva come un mantra la frase «Le chiacchiere stanno a zero» e parlava al cellulare (soprattutto, parlava al cellulare).

Giunti a Messina, trovarono le autorità già tutte schierate. Sulle acque dello stretto navigavano piroscafi, barche da diporto, gozzi, barche a vela, fuoribordo, canotti, persino materassini gonfiabili. In cielo volteggiavano elicotteri, mentre si attendeva il passaggio delle Frecce Tricolori. Con il naso in su, tutti osservavano la campata unica, gli altissimi piloni, i cavi d’acciaio che brillavano al sole. Tutti stupivano di quell’opera comparsa dalla sera alla mattina, magicamente, senza che nessuno si accorgesse di nulla. In piedi sul palco, pavesato di tricolori e dei colori delle due regioni affratellate nel progetto, il Presidente del Consiglio iniziò il suo discorso: «Siamo qui, oggi, in questo giorno storico e luminoso per il nostro Paese, a celebrare fasti degni di Roma, di Federico II, della Firenze dei Medici…»

Ma fu proprio mentre il Premier pronunciava Medici che il piccolo Rosario Cutuli, studente elementare, facendosi largo tra la folla, si affacciò a osservare la sublime, miracolosa, realizzazione, e, poco dopo, alzando un dito verso il palco, disse dolcemente: «Ma il ponte non c’è!»

E il ponte, in effetti, non c’era. Era solo una costruzione di bla-bla, di frasi fatte, di slogan ormai logori.

«Non c’è?» disse il cavalier Pancrazio Cacopardo, la cui attenzione, fino a quel momento, era stata attratta da un piccione che danzava su un cavo inesistente.

«Non c’è» ripeté Rosario.

La folla, attonita e delusa, defluì. Gli elicotteri scomparvero. Le Frecce Tricolori fecero marcia indietro. La ministrina, con due dita agli angoli della bocca, riportò in su il sorriso che le si era smontato. Sul mare, lontano dagli occhi di tutti, un materassino, bucato, affondò.

(Stefano Bandera) © riproduzione riservata

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